Iteri Cannedu, un pò di storia.

Pubblicato il da Antonio Fadda

Iteri-Cannedu visto da Angius-Casalis



 

ITERI-CANNEDU [Ittiri], terra della Sardegna, nella provincia e prefettura di Sassari, e capoluogo d’uno de’ mandamenti. Era già compresa nella curatoria Coros, dipartimento del Logudoro.

La sua situazione geografica è nella latitudine 39° 35', nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0° 33'.

Siede in un piano, sopra il quale sorgono alcune minori eminenze a greco, a maestro-tramontana, e alla parte di libeccio, le quali poco impediscono la ventilazione.

La temperatura è molto elevata nell’estate, se il venticello marino non influisca sino a questi luoghi, mite nell’inverno; la pioggia non copiosa, la neve di poca durata, la elettricità poco sensibile pe’ temporali, l’umidità ben sentita in alcune stagioni e ore, la nebbia infrequente, ma spesso nociva. L’aria non è ottima, ma spesso depravata dalle esalazioni de’ letamai che sono all’orlo del paese, dalle immondezze della beccheria e dai pantani de’ cortili.

Accadde che non si potesse star nelle chiese per la pestilenza che usciva da’ sepolcri.

Componesi questa terra di mille e venti case di aspetto poco bello e di rozza costruzione. Le strade principali sono nominate, Strada Grande, o Carrelamanna; Strada degli Olivi; Strada della Fontana; Strada Monserrato.

Non sono selciate, eccetto quella che è parte della strada provinciale di Alghero. Si passeggia nel luogo che dicono Sa Teula, nell’altro che appellano Cannedu, e più piacevolmente nella Serra, dove godesi un ampio orizzonte.

Il territorio itirese è ben esteso. I terreni chiusi del vigneto avranno un’area di circa 7000 starelli, le tanche di altrettanto, i pascoli pubblici di circa 5460, le terre aperte di altrettanto, e i salti ghiandiferi di 6000.

I monti principali sono detti :

Alas, Unturgiu, Urèi, Sas seas, Pianu de Monte, Suereda, Lacusa, Cuga, s. Giovanni, s. Cipriano, Torru.

 

 

Le principali colline:

Val Pera, Mattisuja, Rodadu, Calisandru. Le principali vallate, Sas Banzigas, Burtaine, Badde reale, Macaule, Occhila, Turighe, Tuvu runaghe, Badu de Saltu, Pichiu e Sereda.

Vi sono terre buone pe’ figuli, ma manca la perizia per usarle.

Le acque sgorgano in molte parti.

Le fonti più considerevoli sono le nominate :

Paulis, Abbafrisca, Funtana-pesada, Funtana virgine, Toruoddoi, Abbarghente, Binzales, Aradas, Funtana fraigada, Burtaine, Su Ardosu.

La popolazione beve da due fonti che sono nel paese, e da un’altra che trovasi in distanza di un solo mezzo miglio. Non dando esse a sufficienza nell’estate, perchè l’effluenza disperdesi, e nell’inverno essendo poco pure, accade però che debbasi bevere da’ pozzi un’acqua salmastra. Si contribuisce per la conservazione delle fontane, e non pertanto non si ha il comodo.

In questo territorio non si forma alcun ruscello. I fiumi che lo traversano sono il Rio-grande e il Rio-minore, che si congiungono in certo punto, e scorrono contro tramontana verso Portotorre.

Il rio di Badu de saltu, il rio di Villanova e Lacheddu-friscu, serpeggiano nelle proprie valli, e sono diretti il primo allo stagno di Alghero, l’altro al canale del Temo.

Non vivono in queste acque altre specie, che le anguille, le quali pochi vanno a cercare: vi pascolan pure alcune anitre.

Il selvaggiume è molto numeroso. I cacciatori prendono cinghiali, daini, volpi e lepri. Gli uccelli vi sono in tutte le specie comuni nell’isola, a parte quelle che amano i luoghi alti.

I ghiandiferi sono elci, quercie e soveri. Occupano quel vasto terreno che abbiam notato; però sono molto rari per la barbarie de’ pastori che fanno tagli e spargono incendi. Quando abbondano le ghiande non si possono ingrassare più di 500 porci, mentre se fossero migliori le condizioni si potrebbero introdurre più di 3000 capi.

Gli alberi infruttiferi sono in poche specie, e non oltrepasseranno i dieci mila.

 



Popolazione.

Nell’anno 1840 si numeravano in questo popolo anime 4446, delle quali 2190 appartenevano al sesso maschile, le altre al femminile. Le famiglie erano 1004.

Le medie del passato decennio diedero nascite annuali 165, morti 120, matrimoni 33. Si vive assai quando si giunga all’anno 60. Le malattie più frequenti sono le infiammazioni, le intermittenti e perniciose, i reumatismi e le scrofole. Attendono alla salute pubblica tre medici, altrettanti chirurghi e due flebotomi, ma le partorienti mancano di assistenza, perchè qui ancora l’ufficio delle levatrici è in poco onore. Hannosi due farmacie. Il campo-santo pativa grandi difficoltà per l’orrore che si ha a risolversi in terra altrove, che sotto il pavimento delle chiese.

Le famiglie di questo paese sono distribuite nella seguente distinzione. Famiglie nobili 24 con anime 80, case di preti 17, di notai 6, di applicati a’ rami dell’arte salutare 10, a’ varii uffici civili 50, al negozio 55, alle arti meccaniche 70, all’agricoltura 630, alla pastorizia 130. Fra queste sono possidenti famiglie 750. Nelle arti meccaniche sono falegnami, scarpari, fabbri, sartori e altri che bruciano le pietre calcaree e fanno mattoni e tevoli.

Le donne lavorano in circa 50 telai il lino e lana, e fanno pezze 3500. L’istruzione primaria non conta più di 25 fanciulli. Quindi sarà un’altra decina di giovanetti che studiano la gramatica latina in privata disciplina. Che parte son questi de’ 110 fanciulli tra il 7 e il 12 anno che vi dovrebbero concorrere? Le fanciulle non hanno altra scuola che quella che posson fare le madri.

Le persone che in tutto il paese sappiano leggere e scrivere non sono più che 130.

Nel duolo gli uomini veston tutto bruno, e quand’esso è recente e rigoroso vanno con gabbano lungo e barba intonsa sempre incappucciati. Le donne stringono sotto il mento il velo nero che pende sul petto. Pare di veder tante monache penitenti.

Si usa ancora il compianto, s’attitu. Le cantatrici, mentre cantano le lodi del defunto, digrediscono spesso nella memoria de’ cari a quelle persone che vengono alla condoglianza, e le fan veramente piangere. Cantano a muttu torradu. Terminata la quartina, aggiungono l’intercalare: Ohi! coro dess’anima mia! Ahi cor del-l’anima mia! e arrestandosi con breve pausa il canto, le donne assise presso il focolare con le gonne nere, gittate sul capo, piangono e gridano. Il defunto giace in disparte, o nella stessa o in altra sala. Gli uomini stanno dall’altro canto muti e profondamente addolorati.

Nella commemorazione de’ defunti le donne vanno nella chiesa, e siedono sopra la tomba dove è la cenere de’ loro diletti, accendono candele, bruciano incensi, e quando il sacerdote recita per i medesimi il responsorio di suffragio, esse gemendo spargono lacrime e sospiri, e invocano quelle anime amate.

Dopo ricevuta la benedizione nuziale gli sposi ascoltano la messa, si comunicano, e l’uomo beve un po’ di vino, la donna un po’ d’acqua da due caraffe. Si portarono entro un bel canestrino, sascòzzulas, pani di semola fatti a corona con filetti che si incrociano, ed eleganti nella forma quanto più si possa. Il pane resta ai sagrestani, il vino al prete. Mentre da chiesa vanno alla casa nuziale gli sposi ricevono passando dalle persone il complimento, l’augurio o la benedizione col grano che gittasi loro addosso.

Tra le istituzioni di beneficenza non si può notar altro che un legato di 100 lire n. a un orfano, che si nomina dalla sorte nella festa del titolare.

Agricoltura. Il terreno è in gran parte atto a’ cereali, e produce copiosamente, se non iscarseggino le piogge primaverili.

Si seminano starelli di grano 3500, d’orzo 1400, di lino 350, di granone 100, di legumi 150. La ordinaria fruttificazione del grano è l’8, dell’orzo il 10, delle fave il 12, del grano il 30. Il lino e i legumi producono mediocremente.

L’orticultura è esercitata ne’ piccoli cortili che sono presso ogni casa, dove si piantano cardi, lattuche, nappe, cavoli. In alcune tanche prossime al paese si coltivano pure i melloni e le zucche.

Nella grande estensione che abbiam notata per il vigneto sono circa dieci varietà di uve. Si suol vendemmiare prima che i grappoli abbiano maturato, e da ciò nasce che una metà del mosto sia di mediocre bontà, l’altra di nessun pregio. Quelli però che usano miglior arte hanno vini ottimi, e tra’ gentili sono molto stimati il moscatello, e il turbato o cuscusedda. In anni di ubertà si raccolgono poco meno di diecimila cariche: e di questa quantità or la metà ed ora un terzo distilla-si in acquavite in circa 15 lambicchi.

Le grandi terre chiuse, che diconsi tanche, occupano una considerevole estensione. Alcune servono per l’agricoltura, altre per la pastorizia, e i proprietarii hanno gran profitto da’ frutti o da’ fitti.

Le specie de’ fruttiferi sono molte, il numero degli individui grandissimo. Si possono notare peri, susini e meli di varie qualità, mandorli, noci, fichi, peschi, castagni, granati, cirieghi, sorbi; e si cominciò a coltivare con successo gli agrumi. Dagli olivi ottienesi tanto olio, che sia più della sufficienza: estraesi anche dal lentisco. I fichi d’India prosperano come nelle regioni più calde.

Sebbene sia molto considerevole la copia de’ frutti, non pertanto i proprietarii non ne hanno alcun vantaggio, e li vedono tolti prima che siano ben maturi. I possidenti pagano proporzionalmente alle consegne, perchè le proprietà siano garantite da’ barrancelli: ma questi non sorvegliano e credono far assai se nella notte girino in alcune contrade, se sia buon tempo, a passeggiare.

Pastorizia. I pascoli sono abbondanti, e avrebbero gli animali più copioso alimento se in quei luoghi, che possono essere irrigati, si formassero prati.

Nell’anno 1840 erano buoi per l’agricoltura 1400, vacche manse 100, cavalli e cavalle domite 500, majali 500, giumenti per la macinazione de’ grani 400; quindi vacche rudi 1000, cavalle 250, capre 2500, pecore 10000, porci 400.

La quantità del formaggio somma a più di cantare 800, la qualità è mediocre nel generale. Hannosi due concie. La lana serve ai telai del paese. Il macello è quasi sempre aperto: la vendita spesso libera: il prezzo assai mediocre. Accade però, quando nessuno è obbligato a provveder i banchi, che si scarseggi di carne ne’ tre mesi invernali.

L’apicultura è poco curata, sebbene siano luoghi ottimi per la medesima.

Commercio. Il commercio degli iteresi è più frequente con Sassari, che con Alghero. Il trasporto è più comodo con la seconda che con la prima piazza: ma pertanto, perchè in essa si possono far pochi affari, e si paga un forte dritto d’introduzione, perciò sono pochissimi che vi portino le loro derrate. Estraesi da Iteri di grano ed orzo quanto abbiam notato nella seminagione, di granone 350 starelli, di lino 3000 libbre, di tele palmi 1200, di pelli e cuoi 4000, di formaggio cantare 400. Nel paese sono alcune botteghe di merci.

La somma complessiva de’ guadagni di poco sorpassa le 90000 lire nuove.

La strada provinciale di Alghero passa per questo paese, e dà il comodo di un facilissimo trasporto al porto di Alghero, e a’ paesi che sono nella strada centrale. Le vie all’altre parti sono faticose per i fanghi e le asprezze, e pericolose per i ponti che mancano sopra i fiumi.

Iteri dista da Sassari miglia italiane 8, da Alghero 13, da Tiesi 9, dalla strada centrale 13, da Villanova-Monteleone 7.

Religione. Gli itiresi sono sotto la giurisdizione dell’arcivescovo di Sassari, e la direzione spirituale d’un paroco, che ha il titolo di rettore ed è assistito da altri quattro sacerdoti. La decima può ascendere a più di 3000 scudi. Altri undici preti vivono da’ frutti del loro patrimonio, o da qualche cappellania.

 

La chiesa parrocchiale è dedicata a s. Pietro ne’ vincoli. È poco fornita per la insufficienza della dote.

La festa popolare è per s. Narciso nella seconda domenica di maggio, e si celebra dal collegio degli agricoltori con li soliti spettacoli. Vi si tiene un mercato di 30 ore.

Le chiese minori sono: di s. Croce, della Vergine del Carmine, della Vergine di Monserrato. Gli oratorii primo e ultimo sono uffiziati dalle rispettive confraternite.

Dopo queste è la chiesa di s. Francesco, fondata da circa 155 anni dal marchese Valdecalzana, dove abitano quindici religiosi minori osservanti, e talvolta tienesi studio di filosofia.

Fuori del paese sono altre chiese, e sono nominate: una da s. Gio. Battista, nella quale si fanno gli uffici religiosi nel proprio giorno; l’altra a s. Maurizio, dove addì 22 settembre funziona il paroco di Ossi; una terza alla Vergine del Carmine, dove si fa festa addì 16 luglio; e una quarta (s. Maria de Coros) alla Natività, titolo abbaziale del vescovo di Bosa, dove è concorso di popolo addì 8 settembre, e appariscono gli avanzi dell’antico monistero. L’antica chiesa della Vergine di Padulu, presso la valle di Briai, antica abbazia de’ cisterciensi, ed ora titolo dell’arcivescovo di Sassari, è già mezzo distrutta. Credesi che in questa chiesa sia un santuario sotterraneo. Le rovine attestano la grandiosità del monistero.

Antichità. Presso questa chiesa, distante un’ora dal comune, era un paese di tal nome. Sono ancora vedute vestigie di antica popolazione in s. Leonardo dessa biddazza (del villaggio disfatto), in s. Pietro di Cannedu, dal quale è stata cognominata questa terra, e in s. Giovanni. Queste rovine vedonsi alla parte di ponente; quindi alla parte di levante si riconosce il sito di Coros, del villaggio di s. Nicolò, di Turighe, di Ochila e del paese di s. Maurizio. Ignorasi quando e per quali accidenti que’ luoghi rimanessero deserti. Norachi. Questi antichissimi monumenti trovansi sparsi in varie regioni. Si possono nominare i seguenti: Tuvu runaghe (runaghe invece di nuraghe), runaghe de frades Talas, runaghe-mannus, Irvonti, Luros, s. Ciprianu, Coaspidda, Fenujeda e runaghe majore.

 

 

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