Artisti ittiresi nel mondo: Mara Cubeddu, la ricordate ? Questa la sua storia artistica.

Pubblicato il da Totoi Fadda

mara-cubeddu.jpg" Bene bene, sono un anonimo (era l'unico modo per fare questo commento senza iscrivermi a non so' che) che si chiama Mara Cubeddu, e volevo dirVi che sono finita a Los Angeles negli Stati Uniti da dove vivo ormai da lungo tempo. Per quanto riguarda i commenti sulla mia immagine....devo dire piacevoli... per quanto riguarda i commenti su di me' come artista devo dire abbastanza veri. Dopo i Flora Fauna e Cemento dopo i Daniel Sentacruz e dopo questi dischetti da solista e' uscito un mio album pero' (che io amo particolarmente) penso nell' 84 o 85 quando gia' vivevo negli USA con la EMI che si intitolava "Pompeii" con canzoni scritte da me' e diciamo che se devo considerare la mia volutamente corta carriera (senza volerne ma anzi essendo totalmente grata sia a Battisti/Mogol che a Mario Lavezzi con Flora Fauna e Cemento e a Ciro Dammicco e a tutti i miei cari amici dei Daniel a cui voglio tuttora molto bene) devo dire che considero "Pompeii" forse il vero inizio e haimè (si scrive cosi'?) anche la fine della mia carriera. In poche parole voglio dire che anche se in modo ancora rudimentale in alcuni pezzi di Pompeii (Vela X - Time's Up - Avventuriero - la bella "Pompeii" che era poi dedicata anche alla bella Napoli - e la piu' commerciale Hello) si puo' vedere l'artista che sarei diventata se non avessi scelto come ho fatto (forse per paura di non riuscire a fare la musica che mi piaceva e che rispecchia un po' questo album e anche egoisticamente per sperimentare altro nella vita) di tenere la mia arte (che parolona!!) per me'. Un caloroso abbraccio a tutti i miei estimatori e non.


Mara Cubeddu… con la faccia da “Bea”

Pubblicato 6 luglio 2005

di Giorgio Azzollini


L’unica voce che abbia mai cantato con Lucio Battisti. Desaparecida da molto tempo. Dopo un lungo inseguimento fatto di tante mail si è finalmente e fatalmente “concessa”. Un’intervista fiume, al telefono, oltre l’oceano e gli Stati Uniti. Da Milano a Los Angeles per tante ore. Una chiacchierata che è costata qualche ora di sonno, ma che ha rivelato una donna sicura di sè, simpatica e trasparente.

Ladies and gentlemen, ecco a voi… Mara Cubeddu.

Raccontati un po’, dall’inizio.

Sono nata il 5 maggio, Toro ascendente Sagittario, nel vecchio ospedale di Monza. Le origini sono sarde, i miei genitori lo sono e il mio cognome ne è la prova evidente.

Mi ha scoperto Mario Lavezzi. Ero in Galleria del Corso per fare dei provini. Volevano formare un gruppo di sole donne che si sarebbe chiamato “Le figlie del vento” (che poi andarono a Sanremo). Era la sede di un’edizione musicale di qualche tipo, non me ne ricordo. Mi aveva invitato un amico, Beccaria. Mentre aspettavo il mio turno salì Mario, che ancora non conoscevo, e, fra tutte le persone che erano in attesa, si mise a parlare con me. Mi invitò a sostenere un provino alla Numero Uno, al piano di sotto. «Finisci pure qui, se vuoi, poi vieni giù…». Quando mi disse chi era a me non sembrava vero. Scesi immediatamente. Mi presentò agli altri che si trovavano lì quel giorno, Battisti, Mogol, Mara Maionchi, Alberto Salerno. Mi pareva un sogno. Mi fece il provino e mi disse che era stato fantastico, bla, bla… ed entrai a far parte della Flora Fauna Cemento. Stavano cercando una sostituta per Babelle che aspettava un figlio da Dattoli, se non ricordo male.

Ero talmente giovane, avevo 16 anni, che Lavezzi e Mogol dovettero chiedere a mio padre il permesso per la mia prima tournée e le serate che avrei dovuto fare. In quel periodo la FFC era composta da Lavezzi, Bruno Longhi e quello che è diventato direttore artistico della Ricordi e di cui mi sfugge il nome [Sergio Poggi, ndr] più Barbara Michelin. Avevano già inciso Mondo blu. Registrammo quel famoso album [Rock, ndr], che sto ancora cercando disperatamente, dove io cantavo anche un pezzo con Mario, Come bambini, scritto da Mogol. È stato molto divertente da fare.

Alla prima tournée si aggregò anche Mogol, in incognito, per una decina di giorni. Eravamo al sud, a Brindisi. Lì Mogol mi aveva ribattezzata: «No, tu non sei Mara! Sei più Bea.». Diceva che avevo la faccia da Beatrice. E così divenni Bea, per tutti. Mogol ha avuto una grossa influenza nella mia vita. Passavo molto tempo con lui, ero un po’ la sua prediletta. Ci piacevamo come persone. Mi portava dappertutto. Una storia l’ho avuta con Lavezzi. Che, tra l’altro, stava con un’altra anche se io non lo sapevo. Il mio primo impatto sentimentale e musicale. Mario era molto più grande di me. Alto, affascinante. Mi ha fatto la corte e io ho accettato senza sapere dell’altra. Erano i primi tempi con la FFC e io non sapevo che era fidanzato con una certa Arlette. Una sera mi venne a prendere perché dovevamo andare a una specie di festa, nel posto dove vivevano Battisti e Mogol. Acqua Fragile e PFM si esibivano quella sera per il nostro entourage. Mi disse che sarebbe passato con un’amica. Arrivò con la sua Porsche rossa, o bordeaux, e vidi questa bellissima ragazza bionda seduta davanti. Mi accomodai dietro. Arrivammo a questa festa della Numero Uno. Ci sedemmo: Mario in mezzo, io da una parte e Arlette dall’altra. Venne qualcuno e chiese a loro due quando si sarebbero sposati. Scoprii così che lui stava con un’altra. È stata la mia prima lezione di vita. Me la ricordo bene ancora adesso, ma ci scherzo sopra. Abbiamo passato dei begli anni lavorando insieme finché io sono andata coi Sentacruz e lui ha fondato il Volo, in cui Giulio credeva molto.

Primo lavoro importante i cori ne Il mio canto liberonel 1972.

Penso di sì. Di primo acchitto mi viene Il nostro caro angelo, ma mi sa che abbiamo fatto anche il disco precedente. A quei tempi chi era a disposizione veniva utilizzato. Ne abbiamo fatte parecchie di queste cose, però, sai, vattelapesca… È passato talmente tanto tempo…

Qualche ricordo?

Battisti a me è sempre piaciuto tanto, anche se io ho avuto più a che fare con Mogol, per via della nostra amicizia. Ci si frequentava continuamente, non era solo lavoro. Con Giulio era proprio vita sociale. Con Mario anche. Ma pure con gli altri, Lorenzi, Cicco, che era adorabile. Radius mi è sempre stato un po’ meno simpatico, un po’ più sbruffone, “romanaccio”. Però si andava molto d’accordo, tutti insieme si stava bene. Battisti era una persona fantastica, anche se un po’ introverso. Anzi, era da un lato introverso e dall’altro un gran chiacchierone. Parlava tanto, era uno che raccontava un sacco di cose. Ho un bel ricordo di lui. In quel periodo era innamorato della lingua tedesca. Anche se a nessuno piaceva a lui sembrava molto bella.

La tua voce nell’unico duetto che Lucio Battisti abbia mai fatto (a parte quelli con Mina dal vivo in tv): Due mondi.

Ero nel giro ma certamente è stato merito di Giulio. Avrebbe dovuto lanciare la mia carriera solista. Ho cantato dal vivo in sala con Battisti. Non è stata “buona la prima”, ma forse la seconda o la terza. Lui preferiva che ci fosse l’interpretazione giusta piuttosto che la perfezione tecnica. Anche per sè stesso. Avevamo un microfono ciascuno e l’abbiamo fatta non più di quattro volte. È andata così. Per la mia giovane età e la poca esperienza ero molto emozionata. Cantare con lui! In diretta!

Oltre a Due mondi per Anima latina ho fatto un po’ di coretti che stanno sotto ad alcuni pezzi. Gli uomini celesti sicuramente. E c’è la mia voce anche in qualcos’altro, niente di “major”.

È stato uno dei suoi album più di ricerca, alternativo. Erano stati in Sud America, in Brasile, lui e Giulio. Anche per parecchio tempo, tre mesi o forse più. Era tornato entusiasta. Penso che Anima latina sia stata una fusione delle radici italiane con la musica latina sudamericana a cui è stato esposto durante il viaggio. C’era stato poi un rifacimento di qualche tipo. C’era una ragione ben precisa, ma non me lo ricordo.

Poi sei andata via dalla Numero Uno.

Avrei dovuto fare la mia carriera solista con la Numero Uno (che poi ho avuto, ma senza Giulio), sono entrati in ballo i fratelli Dammicco ed è nata tutta un’altra storia. Mi ero allontanata anche per mettere fine alla storia con Mario perché mi faceva stare male. Quando Vince Tempera e Ciro mi chiamarono per incidere Soleado non sapevano che sarebbe stata lanciata da Arbore ad Alto Gradimento. Ci è un po’ scoppiata in mano. È scoppiata a loro, perché loro erano i produttori. Insomma, Ciro mi chiese di far parte del gruppo perché sapeva che avevo già cantato da altre parti. Avevo già preso parte al gruppo di Paola Orlandi, qualche volta, facendo i cori assieme. Ho girato con Pappalardo, Silvia Annichiarico e Lalla Francia alle voci, Umberto Tozzi al basso, Mia Martini. Ricordo volentieri Finardi, che mi era molto simpatico. Anche con Graziani avevo legato. Avevo un debole per Ivan. Ho inciso anche un paio di canzoni con lui, ma non sono mai uscite. Doveva essere il mio primo disco solista per un Sanremo che poi non ho fatto. Erano due canzoni che ho ancora da qualche parte. Una era Il mago di Oze l’altra Resta stasera, mi pare. Ivan, oltre a essere un grande musicista, era una persona fantastica. Avevamo le origini sarde che ci accomunavano. E poi la sua simpatia e la sua umanità.

Quindi sono entrata in un giro completamente diverso e non li ho più frequentati.

Il periodo successivo alla Numero Uno è un capitolo della mia vita che non mi ha soddisfatto particolarmente. Coi Sentacruz da Linda bella Linda abbiamo fatto tutte canzoni con lo stampino. Non siamo più cresciuti se non con l’ultimo album, Diventiamo più amici, che abbiamo fatto con Mogol e prodotto da quell’inglese che fece anche i dischi con Battisti. Abbiamo lavorato in Italia e a Londra e lui fece tutti gli arrangiamenti vocali.

E poi?

I Daniel Sentacruz erano Ciro. All’inizio c’era anche Vince Tempera. Mi sembra che l’ultima volta con lui fosse una cosa che Ciro fece con Deodato. Fu l’ultima volta che lo vidi; una gran persona che ricordo sempre volentieri e con cui ho lavorato benissimo. È venuto con noi a Sanremo e ci ha diretti. Anche quando abbiamo fatto West side story. Come si chiama? «I’d like to be in America…». Ne avevamo fatta una versione Sentacruz e abbiamo partecipato come ospiti a un Festival di Venezia. Dal vivo, e c’era anche Vince. Era forse il 74. Abbiamo ballato e cantato. C’erano anche dei ballerini. Forse Bruno Sartori dovrebbe avere una registrazione della serata, perché lui possedeva uno dei primi v.c.r. Ma non sono mai riuscita a rintracciarlo. Un’altra persona fantastica che ricordo volentieri.

Ma allora hai incontrato solo persone fantastiche?!

No, no. Ho incontrato anche degli stronzi pazzeschi che non è carino nominare…

Eddai, i nomi.

No, non li farei mai. Comunque anche la gente un po’ stronza ti tempra. Persone che non sono entrate nel mio album dei preferiti. Che mi hanno raggirato, un po’ come succede a molti giovani.

Sembri molto saggia.

A parole, forse, ma nei fatti… Nella mia vita, personale e professionale, non lo sono stata per niente. Però non sono pentita di nulla, anche perché le cose, fortunatamente, sono poi andate per il verso giusto. Forse a livello artistico un paio di cose le avrei fatte diversamente. Sono stata anche sfortunata. Avevo difficoltà a domandare: le persone con cui avrei voluto lavorare non me l’hanno chiesto mentre altri con cui non volevo lavorare si sono fatti avanti.

Avevo cercato di lavorare con Mario, ma lui era impegnato con Loredana (Bertè, ndr) e non se ne fece nulla. Anche se con Mario come produttore mi è sempre piaciuto lavorare. Mi piaceva come scriveva, mi piaceva come lavorava. Mi trovavo bene con lui perché lo stimavo come musicista. Ho nicchiato un po’ e le due cose soliste le ho fatte con Ciro. Per convenienza. Eravamo “busy”. La mia voce e la mia immagine funzionavano e così anche RCA e Numero Uno erano d’accordo sul fatto che lavorassi con lui, sperando di bissare i successi precedenti. E invece no, non è andata. Meno male. Perché anche le cose che avevo fatto per la Numero Uno prodotte da Ciro non erano dei capolavori a parte un pezzo di Manrico Mologni (il cognato del batterista dei Sentacruz, GIanni Calabria), Volo più su.

Con la Numero Uno avevo inciso Rinascerò libera, Sognare… poi volare via, Come una bambolina, Ragazza di strada che mi piaceva, niente di incredibile, ma mi ero divertita a cantarla. Poi, più avanti, con la Emi ho fatto Pompei. In quel disco c’erano cose che mi sono piaciute. La più bella sicuramente Vela x. Ma anche Pompei è molto carina. Ogni tanto le riascolto. Ne ho registrate talmente tante, alcune non sono mai nemmeno uscite. Ho provini, dischi, tutto. Le cose “tecniche” le ho salvate io, mentre gli articoli, le recensioni, i giornali, che conservo come piccoli tesori, li ritagliava mia madre, anche perché allora a me non interessavano. Alcuni dischi che non avevo, specie dei Sentacruz, li ha recuperati mio nipote, William Cubeddu, che ora ha trent’anni, e gira i mercatini a cercare vecchi album e i vecchi dischi di sua zia.

Torniamo a noi.

Ho provato a lavorare con Radius ma non ci siamo “presi” troppo bene. Poi ho provato con Ruggero, come si chiama? Enrico Ruggeri. Ma anche con lui stessa solfa. Venendo dai Sentacruz, quando con la Numero Uno abbiamo cercato di far prendere alla mia carriera una piega diversa, la gente non pensava che io fossi in grado di fare una musica un po’ più impegnata. Li ho trovati con un po’ di puzza sotto il naso da questo punto di vista o, forse, ero anche intimidita da loro. Erano personaggi un po’ particolari che non mi hanno reso le cose facili. La Numero Uno chiese loro di fare qualcosa con me e mi dette l’impressione che accettarono per via dei loro legami con la casa discografica, ma non trovai la condizione ottimale per lavorare con loro. Era il primo gradino per poter fare cose più interessanti. A quei tempo ero molto più sensibile e invece… E invece, forse, è stata anche un po’ colpa mia. Forse dieci anni dopo le cose sarebbero andate diversamente.

Una persona con cui avrei lavorato volentieri è Lucio “violino” Fabbri. Lo trovavo bravissimo. Dopo il mio disco con la Emi avevo capito che avrei dovuto cominciare con un produttore e non con una casa discografica. Lui era già uscito dalla PFM e stava lavorando con Cristiano De Andrè e con quell’altra biondina… Rossana Casale. Avevo sentito quello che faceva e, oltre a essermi simpatico, sapevo e capivo che mi sarei trovata a mio agio con lui. L’avevo conosciuto casualmente a una festa ed ero rimasta fulminata dalla sua personalità e dalle cose fatte da lui che, dopo averlo conosciuto, avevo ascoltato. Ma non c’è mai stato un “follow up”. Ho pensato che potesse essere la persona giusta con cui lavorare, fare le cose che mi interessavano. Poi ho lasciato perdere la musica, quindi… In realtà ho partecipato, nel novembre del 2000, a un Magnificat come soprano. Il Millennium Choir, organizzato da Beppe Cantarelli, che qui negli States ha lavorato anche con Quincy Jones. Un bravissimo chitarrista con cui avevo arrangiato un paio di pezzi di Pompei. La mia canzone favorita e che non piace a nessuno Keep on trying, un po’ punkettara. Anzi, in realtà avevo cominciato con lui poi l’avevo fatta con Steve Porcaro dei Toto. Avevo la melodia in testa e lui, che abitava con Armando Gallo con cui stavo quando arrivai negli Stati Uniti, mi aveva messo queste quattro note. Scrivevo parole e musica, grazie anche alla mia istruzione musicale. Ho fatto il conservatorio Giuseppe Verdi a Milano, seguendo la passione di mio padre per il canto. Quindi ho fatto tanto solfeggio e lirica. Infatti, se ascolti bene la mia voce, un minimo di impostazione lirica, che poi non mi sono più tolta, c’è, da qualche parte. Poi ho fatto un paio di anni di chitarra classica, un anno e mezzo di pianoforte. Però, alla fine, non è che sappia suonare. Qualcosina, ma la cosa che mi piace è creare melodie con la mia voce. Qualcun altro, poi, mi deve fare l’arrangiamento. Ultimamente non ho fatto un granché: ho un sacco di canzoni che non sono finite.

Qui, negli Stati Uniti, nel 1999, ho fatto un cd demo con tre canzoni in inglese, più un’altra che non ho inserito, collaborando con una ragazza americana per i testi, anche se le idee di base erano mie. Mi piace come scrivo le parole, è un modo particolare, tutto mio.

E l’Italia?

Nostalgia dell’Italia, direi di sì, anche se sono spesso lì per via del mio lavoro. Quest’anno è stato forse il primo anno che non ci ho messo piede. Ormai la mia vita è più qui che altrove. Sono arrivata che avevo 26, 27 anni. In Italia ci sto bene, però gli Usa sono la mia terra adottiva. È anche vero che guardo sempre RaiSat, mi tengo aggiornata sulla musica italiana che trovo bellissima, soprattutto i giovani (sarà la nostalgia?). Qui dove lavoro siamo tutti italiani. Probabilmente non mi manca troppo l’Italia anche per questo motivo, sono continuamente a contatto col mondo italiano. Mi occupo di musica e gioielli e, assieme ai miei colleghi, organizzo un sacco di eventi che hanno a che fare con l’Italia.

Battisti con Panella. L’hai seguito, lo conosci?

Ho visto una trasmissione su Rai International su entrambi. La mia idea è che sono state talmente magnifiche le cose che ha fatto con Mogol che qualsiasi altra cosa… Quello che ha fatto Panella con i testi era piuttosto interessante e lo stesso Battisti era cambiato nel modo di scrivere. Stava entrando in un periodo diverso della sua vita, aveva ispirazioni differenti, immagino. I testi erano sì interessanti, ma non poetici come quelli di Giulio. Mogol dice le cose più semplici nella maniera più incredibile. Cose che sembrano normali, che sembra siano state già dette, ma in effetti non è così. La bellezza di quei testi sta nella loro semplicità, anche se solo apparente. Panella è meno immediato. Penso non si possa fare un paragone. Ho sentito poco quelle canzoni. Mi sono però ripromessa di prendere tutta la loro produzione e ascoltarmela per bene.

Forse la cosa che mi è piaciuta di meno fra quelle che ho sentito è stato l’album che ha fatto con sua moglie. Anche se sono dischi, lo ripeto, che ho sentito un po’ di fretta. Senza riascoltarli attentamente. Fra le canzoni che ha fatto con Letizia e quelle con Panella preferisco queste ultime. Quello che ha fatto con Panella era una grande sperimentazione. Cos’aveva da provare ancora Battisti? Niente. Penso che Lucio sia stato unico. Pensa anche alla fortuna di incontrarsi per due tipi come Lucio e Giulio. Incredibile, eh? Irripetibile! Ciò che mi stupisce di Lucio Battisti è la continuità nella sua creatività. Sono andati avanti anni, anni, anni e anni senza mai essere banali. Senza mai sbagliare niente. Si parla tanto di Battisti e meno di Giulio. Altrettanto geniale. Grande tanto quanto Lucio. Non dimentichiamoci che Giulio non si occupava solo dei testi. Partecipava a tutto l’evento creativo, dall’inizio alla fine. Sono sicura che hanno cambiato tante parti musicali insieme. E poi il modo di cantare di Lucio. Non più la bella voce all’italiana. Al Bano, Claudio Villa, belle voci, poi, quel tipo di adesso, come si chiama? Bocelli. Tante altre voci bellissime che si ascoltano sempre volentieri, che danno delle emozioni. Lucio, nonostante non avesse una voce incredibile, ce l’aveva comunque, non so come dirti. È stato uno dei primi fautori di questo modo di cantare un po’ meno perfetto, un po’ meno “perbenistico”, all’italiana. La loro musica era il risultato di tante cose messe assieme.

Stavano sempre insieme. Si erano comprati anche casa uno attaccato all’altro. È stata proprio una comunione. Non poteva essere altrimenti per poter scrivere i capolavori che hanno fatto. Poi sono arrivati al pieno e, purtroppo, è scoppiato tutto.

A proposito. Della moglie cosa ricordi?

Forse l’ho vista un paio di volte. Molto sulle sue, piuttosto timida, un po’ schiva, certo molto più di lui. Lui era romano e alla fine la sua romanità usciva. Passava da momenti in cui era taciturno ad altri di ilarità in cui parlava, parlava… Mentre l’impressione che ho avuto di lei, e che riesco a giudicare un po’ adesso, è di una persona più nordica da quel punto di vista. Forse più fredda. Però non mi è sembrata quella grande arpia che hanno descritto. Mi pare ci fossero dei problemi fra lei e Giulio, però… boh… Lucio e Giulio erano una coppia a tutti gli effetti, anche se non c’era sesso fra loro, ovviamente. E Letizia forse era un po’ gelosa e viceversa. Quindi forse non c’era nessuna grande frizione alla fine, ma un po’ di gelosia dovuta al fatto che nessuno dei due aveva Lucio per sé al 100%. Lei aveva una certa influenza su di lui, com’è giusto che sia fra due persone che si amano. La rispettava molto, teneva in grande considerazione il suo giudizio, Cosa che prima, forse, non succedeva quando lei non era ancora all’orizzonte. Giulio evidentemente influenzava anche la loro vita sentimentale e certamente portava via qualcosa anche a lei. Insomma, mi ha dato questa impressione di frizione. Con questo lei non mi ha mai fatto una brutta impressione, anzi. Avendo conosciuto Lucio, così solare, positivo, non poteva mettersi con qualcuno che rispecchia le descrizioni che sono state fatte di lei, un po’ la Yoko Ono nostrana. Non mi ha mai convinto questa cosa.

Probabilmente hanno fatto quel disco assieme perché lei si è messa nello spazio vacante che si era creato in quel momento. Per sperimentare. Certamente la collaborazione con Giulio non è finita per lasciare il posto a lei. Penso che la loro collaborazione sia stata logorata dal tempo. Quello che avevano da fare l’avevano fatto. Il destino era compiuto. Doveva andare così. Non vedo grandi manipolazioni sotto. Anche perché non erano due personaggi che si facevano manipolare. Nessuno dei due.

Sto parlando troppo, oddio! Ma c’è talmente tanto da dire di quel periodo e ogni tanto si sconfina un po’. Riportami un po’ in riga tu. Anche se ciò che sto raccontando sono “recollection”, magari filtrate dall’esperienza che ho accumulato in questi anni.

Qualche domandina veloce. Il primo concerto a cui sei stata?

I Chicago.

Il primo disco che hai comprato?

Uno dei Manfred Men o uno dei Turtles (mi canticchia un pezzo), poi i Beatles, Whiter shade of paledei Procol Harum. A tutti questi mi introduceva mio fratello più vecchio di me di sette anni. Gli rubavo anche i dischi. Fra gli italiani direi Donatello: «Come un sasso che, l’acqua tira giù…». Mi piace anche Daniele Silvestri, Carmen Consoli, mille altri. Zucchero è un altro che adoro, anche come persona pur non conoscendolo personalmente.

Adesso ascolto molto le donne. Kate Bush è il mio amore, mi ha sempre affascinato: la trovo geniale.

Beatles o Rolling Stones?

Beatles.

Prince o Michael Jackson?

Jacko.

Madonna o Mina?

Mina l’adoro. Fin dalle Mille bolle blu. Tutto ciò che ha fatto l’ha fatto alla grande. Anche Madonna però mi piace molto. Sono cresciuta con la musica degli anni 80. La british invasion.

Flora Fauna Cemento o Daniel Sentacruz Ensemble?

Matia Bazar! Avrei voluto far parte del gruppo. Poi c’era quell’antipatica della Ruggiero. Non mi salutava mai. Forse le ero antipatica io. Però l’ammiravo ed era molto brava. Mi piacciono meno le cose che fa adesso.

La canzone che avresti voluto cantare?

Imagine. L’avrei scritta volentieri!

Fumi?

Ho ripreso dopo quasi quindici anni di stop. Magari hanno influito anche i due divorzi, pur se superati benissimo. Chissà… Ora poi ho un boyfriend che beve e fuma e gioca a poker, quindi… Ogni tanto mi bevo un Margarita, un goccio di tequila. Mi piace lo champagne e il vino rosso, ma a tavola posso anche pasteggiare a Coca Cola.

Preferisci i primi o i secondi?

I primi.

Dolce o salato?

Dolce.

Gelato alla vaniglia o al cioccolato?

Dipende dall’umore.

Estate o inverno?

Estate.

Calze o collant?

Le prime.

Tacchi o scarpe basse?

Solo tacchi alti in questo periodo. Va così.

Gonna o pantaloni?

Pantaloni per comodità, ma se devo mettermi sexy non ho dubbi: gonna e calze.

Ti piaci?

Mi piaccio molto ma non sempre e lì soffro. Devo piacermi e piacere. Sono vanitosa. Mi piace piacere e se non piaccio… devo piacere. Di solito, come persona, e non solo a livello fisico, piaccio quasi sempre. In genere ho un impatto positivo. Se invece succede il contrario… Anche se poi arrivo sempre.

Cane o gatto?

Gatto, gatto, ne ho tre.

Bagno o doccia?

Doccia. Magari il bagno lo faccio con qualcuno, una cosa romantica.

Auto o moto?

Automobile.

Mare o montagna?

Mare.

Qualcuno lì negli Stati Uniti sa del tuo passato?

Qualche italiano mi riconosce ancora ogni tanto, ed è divertente. Sono tornata nell’ombra molto volentieri e ci sto bene. Non ho assolutamente rimpianti. Mi sono divertita sia quando facevo l’artista sia dopo. Però quando cantavo era faticoso. Adesso, se va male qualcosa, chi se ne frega. Quando sei un’artista è diverso. O fai veramente le cose che ti piacciono e sei bravo tanto da uscira dalla media oppure è meglio che lasci perdere. Se avessi dovuto continuare con le cose dei DSE… ma chissenefrega! Se fossi tornata in Italia dieci anni fa, so benissimo che avrei fatto sicuramente come ho visto fare a Vandelli, Mino Reitano, quanti te ne posso nominare che sono contenti di riassaporare… è un po’ tornare indietro e sentirti più giovane, e sicuramente si stanno divertendo, ma io pure. Ma se fossi diventata una davvero grande forse avrei fatto come Mina e Battisti.

Sparire dalla circolazione? Lo hai fatto lo stesso!

Sì, l’ho fatto lo stesso essendo nessuno. Dai, “come on”! Sto parlando di due mostri sacri della musica. Certo, forse posso capire quello che provavano. Erano attratti da quello che facevano, ma non dal mondo che gira attorno alla musica, probabilmente. O da quella patina di pubblicità, essere sempre in prima pagina. Non è facile! Devi sempre lavorare bene, devi dire sempre le cose giuste. Ma in questo periodo sto bene come non mi succedeva da anni. Sai, quando sei sposata diventa un po’ una routine e non ti metti quasi mai in discussione. Poi è arrivato questo divorzio e mi ha “fatto bene”.

Comunque amo i giovani e mi piace stare in mezzo a loro e viceversa. Anche a livello sentimentale mi succede spesso che mi chiedano di uscire uomini più giovani che trovo molto più aperti e divertenti, si fanno meno problemi. Quelli della mia età, certo non tutti, invece li trovo un po’ “matusa” e pesanti.

Mara Cubeddu (Monza, 5 maggio 1956) è una cantante che negli anni 70/80 faceva parte del gruppo Daniel Santacruz Ensamble.

Gianni C. ha detto...

Ciao Mara, sono Gianni non so' se ti ricordi di me' ci siamo visto parecchi anni fa' prima che tu iniziassi la tua carriera. Mio padre era amico di infanzia di tuo padre. Arrivati a Milano dal paese di Ittiri (ss) Un saluto anche dalla Sardegna Ciao..

18 luglio 2012 12:26

 

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