L' intellettuale ittirese, lo Storico e lo studioso Mario Carboni, cerca di rendere comprensibile i benefici che la Zona Franca integrale porterebbe alla Sardegna. Senza Bugie o false illusioni.

Pubblicato il da Totoi Fadda

Se la Zona Franca è un cavallo la Zona Franca Urbana è una zebra.

di Mario Carboni

Martedì 23 aprile 2013 alle ore 19.21


Non è difficile confondere la zona franca con la zona franca urbana, il cittadino comune è frastornato da notizie provenienti spesso da esperti che esperti non sono e aggiungono confusione a confusione.
Fra tante manifestazioni, assemblee, occupazioni, discussioni su cosa sia o potrà essere la zona franca sarda, se parziale o integrale, alla produzione e/o al consumo, lettere ai grandi della terra europea, mozioni unanimi di Comuni e Province, atti solenni del Consiglio regionale, entusiasti, dubbiosi e contrari che si accapigliano spesso senza avere un'idea concreta di cosa sia una zona franca o un progetto per quella sarda, i sardi rischiano di non  capirci più nulla.

Ad aggravare la confusione  contribuisce la notizia della imminente realizzazione della zona franca urbana estesa a tutti i Comuni del Sulcis Iglesiente, per la quale  però manca la sempiterna ultima firma, delibera o regolamento, organismo attuativo o finanziamento certo e disponibile.

Non che la zona franca urbana sia da buttar via, anzi può essere estremamente positiva, ma deve essere chiaro che non è certamente la zona franca auspicata nel nostro Statuto regionale e inattuata da una settantina d'anni e non deve assolutamente significare la non realizzazione della zona franca di PortoVesme della quale in nessun modo deve essere spacciata come alternativa o surrogato.
Non è neppure come le sei zone franche istituite col decreto d'attuazione  75/98 dell'Art.12 statutario e non è neppure e dello stesso genere della vagheggiata zona franca integrale pretesa come un santo diritto dai più accaniti supporter di questa misura politico economica e alla base di ogni  rivendicazione più politica che economica  veramente autonomistica e indipendentistica sarda.

Non escludo che i sardi oggi si possano ancora dividere e forse c'è chi lo vorrebbe, parteggiando chi per le zone franche e chi per le zone franche urbane.
La cosa non stupirebbe dato che i sardi lo fanno per ogni cosa  come fu in passato parteggiando chi per Filippo Re e chi per Carlo imperatore,  come canta la bellissima poesia gallurese, ma alla fine cadendo dalla graticola spagnola nella padella piemontese.

Grosso modo e per capirci, come l'Autonomia oggi moribonda alla sua concessione era  un felino  come un gatto e non un come il leone desiderato dai Padri dell'Autonomia, si potrebbe dire che la zona franca è un cavallo mentre la zona franca urbana è  una zebra se non peggio..
Si assomigliano per tanti aspetti ma sono animali diversi e sembra che accoppiandosi diano prole sterile,  come i muli e i bardotti.

Se la zona franca è puntata allo sviluppo industriale, all'occupazione, all'esportazione, la zona franca urbana è tarata sull'assistenza.
Intendiamoci, l'assistenza non è un male,  spesso è doverosa quanto utile e una società che mira allo sviluppo ma non assiste ha qualche cosa che non va nel suo DNA, ma è malata se assiste e non fa sviluppo e appunto per questo è definita assistenzialista.
Nei termini europei sono zone  urbane quelle aree nelle quali sono applicate moderate e mirate defiscalizzazioni per supplire a situazioni di disagio sociale, svantaggio, disoccupazione, delinquenza, prostituzione, degrado urbano e sociale, presenza di concentrazioni di abitanti con indici socio economici negativi a volte   difficilmente integrabili ecc.
Le zone franche urbane non possono quindi vocate o essere interessate alle produzioni industriali essenzialmente manifatturiere, di grandi imprese e PMI, artigiane di livello, commerciali e di servizi avanzati, vocate all'esportazione e all'aumento del PIL che invece vanno realizzate in zone appositamente attrezzate.
Sono invece incentivate le micro imprese e le piccole anche artigiane e dei servizi, compatibili col tessuto urbano .
L'invenzione della zona franca urbana spetta ai francesi che ne avevano istituite un certo numero nella metà degli anni '90 in tutto l'esagono ma senza grande successo.
Il salto di qualità avvenne  nei primi anni 2000 dopo le rivolte nelle Banlieue, grandi concentrazioni periferiche presenti in quasi ogni agglomerato urbano e abitati prevalentemente da immigrati magrebbini ed africani di prima e seconda e a volte terza generazione e in maggioranza mussulmani.
Il Governo francese, determinato ed efficiente a fronte dell'emergenza  ha  realizzate allora in tutta la Francia un  centinaio di zone franche urbane, specializzandone i contenuti e le defiscalizzazioni indirizzate sopratutto alle piccole e micro imprese.

Il sistema è stato utile dopo le rivolte nelle Banlieue, calibrato sulle grandi concentrazioni urbane  ma anche su città medie e piccole, interessando non solo gli emarginati stranieri ma intervenendo anche su particolari quartieri come esemplarmente a Tolone, che potrebbe essere presa ad esempio per una zona franca urbana a Cagliari nei quartieri storici ad iniziare da Castello, e a seguire in Stampace,  Villanova con La Marina prolungata sino a Sant'Elia e a tutto il Poetto.
Il Governo francese, come fece con la Zona franca della Corsica, progettò, legiferò velocemente sulle zone franche urbane e le impose all'Unione Europea che non battè ciglio e le approvò di corsa autorizzando l'aiuto di Stato..

http://www.dps.tesoro.it/documentazione/docs/all/zone_franche_urbane/ZFU%20in%20Francia.pdf

I francesi, efficientissimi, accoppiarono alle defiscalizzazioni e altre misure, piani di urbanizzazione, trasporti, scuole, investimenti sociali ed aiuti all'imprenditorialità, con un certo successo.
I Governi italiani invece della zona franca urbana ne hanno fatto una opera di  pessimo teatro, anzi una farsa il cui ultimo atto è rappresentato dalla creazione della zona franca urbana provinciale estesa a tutto il Sulcis Iglesiente in relazione col fantomatico Piano Sulcis, quale parte di un analogo intervento in moltissimi comuni del sud Italia con modalità da vestito d'Arlecchino, che iniziando da L'Aquila si confrontano con burocrazia, inefficienza e una generale improvvisazione delle strutture governative e locali coinvolte.

Siccome il buon giorno si vede dal mattino, non è inutile farne una scarna cronistoria.
La prima concreta proposta italiana e in seguito abortita , al termine di una gestazione durata anni, prevedeva  una ventina di zone franche urbane nel Centro-Sud fra le quali erano state incluse fregandosene dell'Art.12 del nostro Statuto, quelle decise per alcuni quartieri di Quartu Sant'Elena, Iglesias e Cagliari.
Già nella Finanziaria 2007 era prevista l’introduzione di una fiscalità di vantaggio per le aree a maggior rischio di degrado urbano e sociale.
La manovra 2008 delineava ulteriormente i contorni delle agevolazioni (pur subordinandone l’efficacia all’autorizzazione della Commissione europea) e affidava a un decreto ministeriale, da emanare entro trenta giorni dall’entrata in vigore della legge finanziaria, il compito di determinare, nel dettaglio, le condizioni, i limiti e le modalità di applicazione degli “sconti” fiscali.
Di questo tipo di esenzioni non potevano beneficiare le imprese  operanti nei campi della costruzione di automobili e di navi, della fabbricazione di fibre tessili artificiali o sintetiche, della siderurgia e del trasporto su strada.

Il primo atto della farsa italiana sulle zone franche urbane iniziò quando nella seduta preparatoria del 5 marzo 2009, il Ministero dello Sviluppo Economico  presentò al Cipe la proposta di allocazione di 50 milioni di euro annui per le Zone Franche Urbane individuate in 22 Comuni del Centro sud e delle Isole..
Le zone franche urbane all'italiana  furono individuate dal Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) su proposta del Ministro dello Sviluppo economico, applicando parametri socio-economici  pauperistici utili per evidenziare i fenomeni di degrado e ciascuna di esse poteva contare al massimo 30    mila abitanti.
Lo scopiazzamento dal modello francese non poteva contare né sull'efficienza e decisionalità dell'amministrazione francese e sopratutto veniva applicata a realtà urbane italiane in tutto diverse da quelle francesi e non solo per la alterità socio economica e culturale ma anche per l'esiguità degli stanziamenti e la evidente discriminazione fra città e città, quartieri e quartieri delle stesse città, che avrebbe alimentato oltre agli storici nuovissimi campanilismi aggiungendo clientelismo e corruzione in ambienti in gran parte,  non in Sardegna, dominati da fenomeni mafiosi e camorristici di controllo del territorio e delle amministrazioni.

Era prevista, per favorire l’efficacia del dispositivo a prescindere dalle dimensioni demografiche e dall’indice di disagio socio-economico una quota minima uguale per ogni Zona Franca Urbana di 750.000 euro pari a un terzo della dotazione finanziaria.
Le rimanenti risorse furono attribuite al 60% in relazione al peso demografico e al 40% in relazione all’indice di disagio socio-economico, distribuite per ogni Zona Franca Urbana in maniera direttamente proporzionale.
Il provvedimento, contenuto nell’articolo 71  mirava  a contrastare i fenomeni di esclusione sociale in circoscrizioni o quartieri caratterizzati da degrado e avrebbe potuto attingere a un fondo di complessivi 100 milioni di euro per il 2008 e il 2009.
Tralasciando gli stanziamenti nella penisola, a Quartu Sant'Elena vennero destinati 2.541.986,26 euro, 1.914,710,97 ad Iglesias e 2.144.996,30 a Cagliari.

Non si creda che queste cifre, corrispondenti all'ammontare destinato alle defiscalizzazioni fossero destinati alle città, bensì erano finalizzate a piccoli scampoli di loro quartieri ritenuti caratterizzati da fattori di disagio e povertà ritenuti superiori ad altri, per cui si operava come con figli e figliastri con quartieri e strade adiacenti che invece avevano   in definitiva gli stessi gravissimi problemi sociali.
Le iniziali Zone franche urbane previste, dopo essere stare ampliate nel loro numero aggiungendo altri quartieri di città del Nord, dopo aver creato aspettative e tante polemiche da parte degli esclusi sono scomparse  quando l'ultimo Governo Berlusconi che le aveva varate con la legge finanziaria 2008 le  affondò bloccandone l'attuazione.
Avrebbero comunque creato più danni e divisioni che altro, interessando solo dei piccoli quartieri  discriminando il resto delle città.

Tuttavia è utile descrivere  alcune delle agevolazioni che la Finanziaria 2008 riservava alle piccole e microimprese che avessero avviato una nuova attività in una “zona franca urbana” (zfu) nel periodo compreso tra il 10 gennaio 2008 e il 31 dicembre 2012.
Si può notare la differenza con le ZFU francesi nelle quali le agevolazioni sono indirizzate a vecchie e nuove imprese, mentre nella proposta italiana le imprese esistenti sarebbero state lasciate morire nella crisi o sconfitte dalla concorrenza delle nuove ma defiscalizzate (dubbio che ancora non è stato sciolto per la Zona franca del Sulcis ).
Queste stesse agevolazioni, rimodulate in cifre , percentuali e tempi, sono rimaste sostanzialmente immutate nel provvedimento successivo alla cancellazione delle 22 zone franche urbane che ha interessato la città dell'Aquila ( che stenta a ancora camminare ) e che poi è stato replicato nel provvedimento di creazione della zona franca urbana in tutti il comuni della Provincia del Sulcis-Iglesiente.

Esenzione dalle imposte sui redditi totale per i primi cinque periodi d’imposta. L’esenzione scendeva al 60% dal sesto al decimo anno di attività, al 40% per l’undicesimo e il dodicesimo e al 20% per le successive due annualità.
Esenzione dall’Irap, per ogni periodo d’imposta, fino a concorrenza di 300 mila euro del valore della produzione netta. L’esenzione è limitata ai primi cinque anni di attività.
Esenzione dall’Ici / Oggi IMU , a partire dal 2008 e fino al 2012 per gli immobili che si trovavano nelle ZFU. Per poter usufruire dell’agevolazione, l’impresa doveva essere proprietaria dell’immobile e  utilizzarlo per l’esercizio della nuova attività economica.
L'esonero dal versamento dei contributi sulle retribuzioni da lavoro dipendente si applicava, per i primi cinque anni di attività e nei limiti di un ammontare massimo di retribuzione che sarebbe stato  successivamente definito, solo con riferimento ai contratti a tempo indeterminato e a tempo determinato di durata almeno annuale.
Altra condizione era che almeno il 30% degli occupati risiedesse nel Sistema locale di lavoro (unità territoriale costituita da più comuni contigui fra loro, individuata sulla base dei flussi di pendolari) in cui ricadeva la zona franca urbana.

Dopo i primi cinque anni, l’esonero era concesso secondo la stessa progressione prevista per l’esenzione dalle imposte sui redditi: 60% per il secondo quinquennio, 40% per undicesimo e dodicesimo periodo d’imposta, 20% per ulteriori due anni.

Le zone franche urbane all'Italiana sono protagoniste di una commedia o meglio una farsa mentre  si aspetta  che divengano veramente realtà .
Si può osservare chiaramente che non si tratta di zone franche, come previsto dal nostro Statuto e come si aspettano i sardi ma di una misura assistenziale per situazioni di disagio sociale ed emaginazione.
Non si capisce perché questo regime, i cui contorni sono ancora nebulosi, sia stato indirizzato solo al Sulcis data la drammatica situazioni di tanti altri territori e Comuni della Sardegna.
Come tale dovrebbe essere estesa a tutti i Comuni sardi.
Sarebbe certamente utile  anche se funziona col regime de minimis, che impone il limite 200 mila euro di defiscalizzazioni per ciascuna impresa   erogabile in pochi anni , purtroppo in seguito si lascerebbero le imprese nel guado a confrontarsi con diseconomie strutturali e quindi potrebbero affogare dopo aver per troppo poco tempo nuotato bene.

Bisognerebbe ampliare i benefici a tutte le PMI oltre a diffondere queste zone urbane a tutti i Comuni sardi, eliminare il limite del de minimis secondo il principio della zona franca per lo sviluppo incardinandole all'Art. 12 del nostro Statuto, attraverso una apposita norma di attuazione dello Statuto speciale.
Assieme all'operatività delle sei Zone franche ad Olbia, Arbatax, Cagliari, PortoVesme, Oristano e Porto Torres, istituite col decreto 75/98 nelle quali opererebbero imprese di ogni dimensione, di produzione, commercio e servizi e ricerca potrebbero contribuire all'avvicinamento all'idea di zona franca integrale che non discrimini i Comuni e sopratutto quelli dell'interno.
Un tale sistema misto fra zone franche industriali e urbane   potrebbe essere l'embrione sperimentale di una. Zona franca generale sarda con aggiuntive diminuzioni dell'IVA e accise per l'energia e per contingenti di merci al consumo sopratutto  di imprese residenti in Sardegna .

 

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