La lettera di Silvio Berlusconi a Giuliano Ferrara.

Pubblicato il da Antonio Fadda

" Più che una «persecuzione» (come continua a definirla lo stretto interessato, con il coro dei legali, dei parlamentari a lui fedeli, dei giornalisti presunti embedded, e della tanta gente che ancora lo considera il migliore dei premier possibili, con la stessa ostinazione del mitico Pangloss) la caccia delle procure a Silvio Berlusconi merita di essere definita come un «safari». Appostati fra i cespugli (e assistiti dai giornalisti presunti embedded nelle file dell'esercito contrapposto) i pm «comunisti» (la definizione è del Cavaliere, ed è lui ad assumersene la responsabilità) sparano pallettoni a raffica, senza lasciare un attimo di tregua alla preda ferita.È un accerchiamento che non lascia scampo. I corni suonano in lontananza per agevolare gli avvistamenti. Napoli attacca minacciando persino di riservargli la stessa fine riservata quasi settant'anni fa a un altro Cavaliere, imbarcato a viva forza su un'autoambulanza, sotto scorta dei carabinieri. Bari, a chiusura di un'inchiesta lunga e faticosa che aveva per oggetto più o meno le stesse circostanze delittuose, mette in circolazione un altro quantitativo massiccio di intercettazioni e di notizie di rilievo penale. Milano (per non essere da meno) lo indaga (e la dura legge del contrappasso) per aver diffuso un'altra intercettazione, per lui vantaggiosa, nella quale era registrato il comprensibile entusiasmo di qualche leader del centrosinistra per l'acquisizione di una banca. I collaboratori del presidente del consiglio assicurano che lui non si dimetterà, che ha la pelle dura, e che (al tirar delle somme) uscirà dall'accanimento di chi gli vuol male (seguace dei propositi di un ex inquisitore che prometteva: «Io quello lo rovino») più sereno e più forte che pria. E' un grande vantaggio poter contare su un primo ministro che mantiene il suo proverbiale ottimismo a trentadue denti anche nei frangenti più complicati. Ma è umano domandarsi fino a quando potrà tirare avanti nella caccia grossa di cui è la vittima designata. È lecito chiedersi se non farà la fine del Prode Anselmo (il crociato di Visconti Venosta) che andò in guerra «col cimiero sulla testa», ma fu tradito da un minimo dettaglio. Si dissetò usando l'elmo come un boccale, «ma nell'elmo, il crederete? / c'era in fondo un forellin / e in tre dì morì di sete / senza accorgersi il tapin». Lui, il Cavaliere-crociato, rassicura i suoi (al cellulare: fortunati gli uomini del Medioevo che non disponevano di queste trappole diaboliche) garantendo: «Vi scagiono tutti». Ma chi potrà scagionare lui se il fuoco nemico non dovesse ridursi di intensità? Candido (nel capolavoro di Voltaire) credeva alle assicurazioni di Pangloss («Tutto ciò che esiste ha una ragione di esistere», gli spiegava il precettore, fornendogli un esempio illuminante: «I nasi servono ad appoggiarvi gli occhiali, ed infatti noi abbiamo degli occhiali»), ma non tutto gli andò per il verso giusto. Marco Travaglio (sul Fatto Quotidiano) sostiene che non esiste uno «scontro fra giustizia e politica». C'è soltanto un primo ministro che si inventa qualunque pretesto («un impedimento», spiega, «dev'essere legittimo, non una missione all'estero inventata apposta per l'occasione») per eludere la giustizia (coinvolgendo come complici, par di capire, i vertici dell'Unione europea). E che quindi (par di capire) deve essere braccato fino a quando i cacciatori non potranno esporne la testa, imbalsamata, nel salotto di casa. Il trofeo che spetta a chi ha sparato il colpo finale. E poi qualcuno nega che ci sia un clima da piazzale Loreto. E qualcun altro sostiene che l'uomo debba farsi da parte, con le buone o con le cattive, perché «ha rovinato l'immagine dell'Italia nel mondo». I circoli venatori applaudono."


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Questa è la lettera inviata da Silvio Berlusconi al direttore de Il Foglio, Giuliano Ferrara.

Caro direttore, è vero, come Lei scrive, che il mio comportamento, così come descritto dai giornali in questi giorni, appare scandaloso. Ma il mio comportamento non è stato assolutamente quello che viene descritto ed io Le confermo, come ho già avuto modo di dirLe, che non ho fatto mai nulla di cui io debba vergognarmi. E' invece, per fare un esempio, del tutto inaccettabile e addirittura criminale che persone che sono solo state presenti a mie cene con numerosi invitati siano marchiate a vita come “escort”. Mi dispiace anche, per fare un altro esempio, dei falsi pettegolezzi che sono stati creati grazie ai soliti brogliacci telefonici sulla signora Arcuri, che è stata invece mia ospite inappuntabile in Sardegna e a Palazzo Grazioli. Non ho affatto intenzione di respingere una richiesta di testimonianza, che è mio interesse rendere, tanto che ho già inviato una dichiarazione scritta ma che ha, così come congegnata, l’aria di un trappolone politico-mediatico-giudiziario. Pretendo però come ogni cittadino che i magistrati rispettino anche loro la legge. Da tre anni sono sottoposto a un regime di piena e incontrollata sorveglianza il cui evidente scopo è quello di costruirmi addosso l’immagine di ciò che non sono, con deformazioni grottesche delle mie amicizie e del mio modo di vivere il mio privato, che può piacere o non piacere, ma che è personale, riservato e incensurabile. Il problema però è che da tre anni è in atto un mascalzonesco tentativo di trasformare la mia vita privata in un reato. Ed è questo uno scandalo intollerabile da parte di un circuito mediatico e giudiziario completamente impazzito di cui nessuno sembra preoccuparsi e di cui nessuno si scusa. Questo incommensurabile scandalo non riguarda solo me. Decine, centinaia di persone sono esposte al ludibrio e al linciaggio, senza alcuna remora sia quando si tratti di gente comune o di personalità della vita pubblica e di questioni di bottega domestica sia perfino quando si tratti di vicende che determinano lo status del Paese sulla scena internazionale. Non è mai successo prima. Nessun uomo di Stato è stato fatto oggetto di una aggressione politica, mediatica, giudiziaria, fisica, patrimoniale e di immagine come quella a cui sono stato sottoposto io. È un trattamento inaccettabile, che si accompagna a una campagna di delegittimazione che punta a scardinare il funzionamento regolare delle istituzioni per interessi fin troppo chiari. La campagna si è intensificata quando ho vinto le elezioni per la terza volta, quando il sistema è stato semplificato e reso più trasparente in senso bipolare, quando si è capito che era alle porte una legislatura aperta alle riforme necessarie alla crescita di questo Paese e alla sua modernizzazione. Missione difficile per la quale ho cercato di mettere in campo gente nuova, estranea ai vecchi giochi dell’establishment, gente giovane e votata al “fare”. Questa campagna non è mai finita, si è nutrita di attacchi a me, al mio partito, ai miei uomini, ai miei ministri, alla generazione di giovani che ho promosso in politica, e si è sparso su tutti il magma eruttivo dello scandalismo per ridurre in cenere una alta popolarità e una grande speranza. Sfruttando ogni aspetto della mia vita privata e della mia personalità, cercando di colpirmi definitivamente con mezzi diversi da quelli della critica politica e della verifica elettorale. Lei dice bene: Berlusconi è uno scandalo permanente, perché è scandalosa la pretesa di governare stabilmente un Paese con il mandato degli italiani, è scandaloso che un imprenditore rubi il mestiere a una classe politica fallimentare, è scandalosa la pretesa di fronteggiare la grande crisi mondiale con mezzi e con propositi diversi da quelli tradizionali. Ho presentato il mio governo alle Camere nel 2008 chiedendo uno sforzo comune per la crescita e proponendo una fase nuova e pacificata nella vita nazionale dopo le drammatiche divisioni del passato e l’imbarbarimento del linguaggio e dei metodi politici. Ho cercato di fare il mio dovere e di riunificare il Paese, come con il discorso di Onna il 25 aprile. Ho ammonito tutti, nel gennaio di quest’anno, sulla necessità di arrivare alla primavera-estate, mentre nuove regole e parametri incombevano sul sistema finanziario europeo e mondiale, con la più grande frustata della storia al cavallo dell’economia. Non tutto quello che in politica si vuole è poi possibile ottenerlo, e non nego anche miei possibili errori. Ma l’obiettivo di distruggere un uomo politico e una leadership, usando mezzi impropri e di dubbia legalità, come ha fatto e fa il circuito mediatico-giudiziario, costituisce un tentativo che sa di profonda, radicale ingiustizia e che va combattuto per la libertà di ciascuno di noi. Io non mollo, caro direttore. Per quanto lo spionaggio sistematico e l’accanimento fazioso mi abbiano preso di mira, e con me vogliano arrivare a pregiudicare l’autonomia e la sovranità del Parlamento e del popolo elettore, c’è ancora in questo Paese, in questa Italia che amo e che è stata divisa da una partigianeria senza principi, un’opinione pubblica, un insieme di persone e di gruppi leali allo spirito repubblicano, una maggioranza di italiani che non sono disponibili ad avventure e a nuovi ribaltoni decisi nei salotti, nelle redazioni e in certi ambienti giudiziari. Il mio appello è a tutte le persone e le forze responsabili, e non deriva da interesse personale. È un appello in nome dei valori di libertà, di autonomia e di indipendenza dell’individuo di fronte allo Stato, un monito che viene raccolto ogni giorno da molti e il cui frutto sarà pronto per il giudizio dei cittadini quando si terranno, nel 2013, le prossime elezioni politiche. Alcuni circoli mediatico-finanziari anglofoni mi hanno giudicato inadatto a governare l’Italia ma gli italiani sono stati di diverso parere, e ho dalla mia, dal tempo in cui entrai in politica, risultati che saranno scritti nei libri di storia. Saranno ancora una volta gli italiani, e poi gli storici, a dare il loro giudizio su un Paese in cui si fanno centomila e poi altre centomila intercettazioni ancora per devastare attraverso i media il lavoro quotidiano di chi ha avuto l’investitura democratica per guidare l’Italia in questi anni difficili.

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