La Psiconeuroanalisi può essere considerata l' ultima "Scoperta Scentifica" in materia di Alzheimer ?

Pubblicato il da Totoi Fadda

anziano

Ittiri, 27 agosto 2012.

All' indomani dell' accadimento dei fatti di cui tutti noi siamo a perfetta conoscenza, avendone letto tutte le vicissitudini raccontate dai giornali locali, e riguardanti il cosiddetto "scandalo AION", che ha coinvolto medici, normali cittadini, professionisti, padri di famiglia, nonchè un apprezzato politico del territorio della provincia di Sassari che ha creduto, e ancora crede fermamente, nel "metodo Dore", ci siamo autoconvinti che forse era necessario contribuire, nel nostro piccolo, a fare un pò di chiarezza.

Certamente, come è ovvio, non entrando nel merito delle indagini, non è di nostra competenza nè capacità, o contestando e demolendo le testimonianze documentali sino ad oggi raccolte dagli inquirenti, e che andranno avanti, così come prescrive la legge, sino a quando non verranno dipanati definitivamente i dubbi, gli interrogativi, i sospetti e soprattutto le cause scatenanti che hanno dato inizio al "fattaccio Alzheimer" che ha sconvolto la tranquillità della nostra cittadina.

Non entreremo neanche nella materia medico-scentifica, non avendone ne la capacità e neanche lontanamente la preparazione specifica. Possiamo solo limitarci nel consentire, attraverso la pubblicazione di alcuni stralci di documenti e di capitoli estrapolati dal libro di Giuseppe Dore, a tutti coloro ne abbiano interesse cosa intendesse fare e costruire lo specialista neurologo ittirese.

Noi crediamo, spinti da quella passione divulgativa e comunicativa che ci ha sempre caratterizzato, di fare cosa gradita, non solo agli esperti del settore della neurologia o psichiatria, che sono invitati ad intervenire se ne hanno l 'opportunità, ma anche a quanti si interessano, a vario titolo, delle demenze nella loro variegata complessità e dell' Alzheimer in particolare. Crediamo giusto , e anche corretto, portare alla vostra conoscenza l' idea, profonda ed ispiratrice nonchè foriera di tesi sino ad ora sconosciute, e lo studio approfondito sulla delicata e spinosa materia che ha spinto il Dott. Giuseppe Dore a "sfidare" la cosiddetta alta e colta medicina tradizionale regolata, è bene ribadirlo, nella cura delle demenze e dell' Alzheimer, nella dispensazione dei farmaci attualmente considerati "adeguati all' uopo".
In questa sfida impari, persa già in partenza visti i cambiamenti che avrebbero dovuto fare "gli scenziati" della tradizione medica, dove il "piccolo" ma determinato neurologo di Ittiri si cimenta in singolar tenzone contro questo gigantesco apparato che non crede in questa "innovativa" teoria, ancora, diciamolo per onestà informativa, da "brevettare" ed essere riconosciuta come "nuova tecnica e scienza medica". 
Come tutti voi, e siamo la maggioranza, abbiamo dei dubbi e delle perplessità, non essendo del settore, sulla efficacia o meno del "metodo Dore" ma abbiamo una certezza che è legata indissolubilmente nella fiducia in tutte quelle "scoperte scientifiche moderne", considerate a suo tempo frutto di studi e ricerche da parte studiosi considerati e timbrati come "visionari", "pazzi", "lunatici", "affaristi in carrirera", "medici con gli stivali",  e che invece, forse, chissà, possono dare ancora una speranza a quelle persone che hanno tutto il diritto a concludere la propria travagliata vita nel modo  più dolce e pacato.
Un fine percorso allietato da una qualità della vita migliore rispetto quella alla quale vanno incontro i malati di Alzheimer  imbottiti giornalmente di veleni chimici.
Chi avrà ragione ? Non lo sappiamo. Abbiamo però fiducia in tutti coloro che si pongono i dubbi e che cercano di darsi delle risposte. Esaurienti possibilmente. Ecco perchè proponiamo l' introduzione, scritta dal Dott. Giuseppe Dore, al libro (le cui copie, è bene dirlo per sfatare la leggenda giornalistica sugli affari della sua vendita, sono ammassate in una cantina ...ancora invendute) che annuncia la nuova tecnica denominata "Psiconeuroanalisi".   

INTRODUZIONE

 

 Le demenze rappresentano sicuramente l’espressione emblematica della neuropsichiatria in quanto malattie acquisite del cervello in cui la poliedrica psicopatologia correlata alla concomitante cerebropatia involutiva, esprime una sorta di de-differenziazione, cioè di cammino a ritroso fortemente caratterizzato da un declino progressivo delle capacità globali della persona. Esse rappresentano un gruppo eterogeneo e alquanto articolato di processi morbosi che per lunghi anni è rimasto in una sorta di limbo, ma con una progressiva inversione di tendenza a cominciare da circa 35-40 anni fa cioè da quando tale problematica è diventata una sorta di “piaga” non solo medica ma anche e soprattutto sociale. Anche se genericamente è accettabile  non identificare tali patologie con l’età senile, e vero anche che la demenza è chiaramente più frequente nella terza età. Inoltre considerata l’importante crescita dell’aspettativa di vita realizzatasi negli ultimi tempi è naturale attendersi teoricamente l’attuale trend di frequenza della malattia. In verità la condizione odierna che vede crescere così vertiginosamente i nuovi casi di malattia e meglio comprensibile se nel novero vengono ad essere considerati anche i casi di istero-demenza, che dal punto di vista della Psiconeuroanalisi vengono intesi come una quota considerevole dell’intero problema. Inoltre è bene precisare che la generica diagnosi di demenza non comporta sempre ed inevitabilmente un giudizio di progressiva neuro-degenerazione, perché  in realtà la prognosi e l’evoluzione della condizione patologica dipendono interamente dalla causa cerebrale e/o extracerebrale responsabile del quadro patologico (vedi tabella n.1 pag 1086). Perciò la demenza in base alla causa determinante può essere:

-Acuta, sub-acuta o cronica;

-Regolarmente progressiva, irregolarmente progressiva oppure non progressiva.

-Reversibile, irreversibile oppure parzialmente reversibile.

Da quanto appena stabilito né consegue perciò che la diagnosi di queste patologie può essere presa in considerazione oltre che a qualsiasi età, anche nelle più svariate condizioni mediche. Infatti si definiscono ufficialmente come sindromi demenziali

numerosi quadri nosologici ad eterogenea eziopatogenesi che condividono i seguenti aspetti:

-         declino delle funzioni intellettive da un livello precedentemente raggiunto ad uno inferiore, in assenza di alterazione della vigilanza;

-         compromissione generale e concomitante delle funzioni psichiche superiori come il linguaggio, le prassie e gnosie, la logica e l’astrazione, la memoria e l’orientamento spazio-temporale, ecc.

-         disautonomia multidimensionale.

 

 I due principali sistemi diagnostico-classificatori, l’ICD dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ed il DSM dell’American Psychiatric Association (APA), concordano largamente sui criteri diagnostici delle sindromi demenziali, essendo le differenze del tutto marginali.

Importante comunque è sottolineare che il quadro clinico delle sindromi demenziali si presenta alquanto ricco e sfaccettato per gran parte del decorso della patologia, mantenendo a lungo una discreta riserva intellettiva e di autonomia funzionale, seppur progressivamente decrescente, alquanto utile in un ottica clinico-terapeutica, come gli esempi di Psiconeuroanalisi della malattia di Alzheimer riportati in questo volume dimostreranno incontrovertibilmente al lettore. Inoltre i plurimi deficit che vengono presentati dall’insorgenza della patologia in poi, non hanno tutti a un tempo il medesimo indice di gravità  e di avanzamento peggiorativo, rendendo ancora più poliedrico ed articolato ogni tipo di approccio, non solo terapeutico, alla malattia. L’inquadramento nosografico delle diverse forme di demenza è stato oggetto nel tempo a diverse revisioni. Esso ha il proprio momento fondamentale nell’anno 1907 quando Alois Alzheimer pubblicò in Germania la descrizione clinica e anatomopatologica di un caso di demenza a decorso rapidamente progressivo ed esito infausto in una donna di 51 anni col nome di Auguste D., che sebbene egli ne abbia riportato la diagnosi finale di “ disturbo mentale semplice”, comprese anche che il caso poteva rivestire una certa importanza scientifica, considerata sia l’età relativamente giovane della paziente sia la presenza di sintomi neuropsichiatrici tipici della malattia in età più avanzate. Tuttavia sino agli anni 70 del secolo scorso la classificazione convenzionale delle demenze rimase fondamentalmente quella del  neuropsichiatra tedesco Kraepelin, contemporaneo di Alois Alzheimer, che le distinse sulla base dell’età di esordio in forme senili e presenili ed incluse in queste ultime la malattia di Alzheimer. Oggi la distinzione fondamentale delle demenze viene posta tra sindromi demenziali idiopatiche e sindromi a eziologia nota. Quindi sulla base del presunto meccanismo patogenetico abbiamo le forme cosidette degenerative, vascolari e da altre noxae (infezioni, traumi, di matrice neoplastica, genetica ecc.). Ed inoltre le forme degenerative sono a loro volta distinguibili in demenza tipo Alzheimer e non Alzheimer. La demenza di Alzheimer rappresenta il 50-60% circa di tutti i casi di demenza, quindi segue la demenza di tipo ichemico-vascolare con il 15-20%, ancora la demenza fronto-temporale con le sue varianti che copre circa il 2-9% delle demenze, e la cosiddetta demenza a corpi di lewy con la percentuale del 7-25% circa, infine sussistono altre forme comunque rare come ad esempio la degenerazione cortico-basale, la paralisi sopranucleare progressiva ecc. Più frequenti di quanto si pensasse in passato sono le cosiddette demenze miste, quelle in cui,cioè, vi è sovrapposizione fra demenza degenerativa, come la demenza di Alzheimer in particolare, e demenza vascolare; gli studi di neuropatologia e l’impiego di tecniche di brain imaging sempre più sofisticate hanno consentito di dimostrare l’esistenza di un’interazione e di una sinergia tra le due forme. La prevalenza della demenza conclamata è calcolata intorno al 5% dei soggetti di età superiore a 65 anni ( con oscillazioni, nei diversi studi, fra il 3,4% e il 6,7%), ma se si considerano anche le forme “ latenti” ( cioè quelle che non hanno richiesto interventi medici e/o sociali o per la modesta gravità del quadro clinico oppure per la favorevole condizione socio ambientale) , i tassi di prevalenza raggiungono il 10-20%. La prevalenza specifica per classi di età è di circa l’1% fra i 65 e i 69 anni e aumenta progressivamente fino a raggiungere il 22% circa e oltre dopo gli 85 anni. Inoltre è stato stimato che, a partire dai 70-75 anni, le probabilità di incontrare casi di demenza raddoppino ogni 5 anni. Questi dati denotano  a parere del sottoscritto, come vedremo meglio nel proseguo dell’opera, lo stretto legame che sussisterebbe fra la malattia in questione e l’invecchiamento, suggerendo un pregno messaggio di palese “parentela” tra le due realtà. Mentre per quanto riguarda gli studi sui tassi di incidenza,  risultano essere poco numerosi e i risultati assai discordanti. Comunque pur con valori diversi, tutti gli studi riportano anch’essi un aumento dei valori di incidenza con l’incremento dell’età. Seguendo il DSM-IV TR emerge una chiara concezione interpretativa unificante di tutti i quadri demenziali, quale: lo sviluppo di molteplici deficit cognitivi che comprendono la compromissione della memoria e almeno una delle seguenti alterazioni cognitive come afasia, aprassia, agnosia, o un’alterazione del funzionamento esecutivo. I deficit cognitivi devono essere sufficientemente gravi da provocare una menomazione del funzionamento lavorativo o sociale, e devono rappresentare un deterioramento rispetto a un precedente livello di funzionamento. Una diagnosi di demenza non dovrebbe essere posta se i deficit cognitivi ricorrono esclusivamente nel corso di un delirium. Ora è da questo tronco descrittivo generale che si diramano i sintomi propri dei singoli prospetti demenziali, mantenendo comunque tutti una sensibile convergenza verso un medesimo substrato psicopatologico comune. Ma considerato il titolo della presente opera, il quadro psicopatologico che nel seguito del volume verrà descritto sarà rappresentativo, oltre che di tutte le cosiddette demenze di tipo degenerativo,  in particolare della demenza di Alzheimer (AD), nella quale la sintomatologia è solitamente più articolata e completa. Comunque ora è bene  rimarcare alcune verità sulla cosiddetta malattia di Alzheimer, onde meglio concepire il ruolo che ad essa dobbiamo attribuire sotto il profilo nosografico e quindi eziologico nonché socio-culturale. Infatti la malattia in questione, che i più hanno da sempre sentito parlare come di una vera patologia, in realtà non può essere differenziata in alcun modo dal fisiologico invecchiamento cerebrale, dal momento che le note caratteristiche neuro-biologiche che la dovrebbero definire sono frequentemente rinvenibili anche nella normale senescenza. Perciò considerata la mancanza di un ben determinato profilo neuro-eziopatogenetico dell’AD, ogni diagnosi clinica assume unicamente il valore di essere “probabile” e neanche l’esame autoptico sarà veramente dirimente nei confronti di quei cervelli invecchiati con e senza evidenze della malattia. In altri termini si vuole prospettare la dimensione fenomenica dell’AD,  con la propria attuale incalzante impennata numerica, interamente inerente alla condizione di generale invecchiamento della popolazione mondiale, interpretando la cosiddetta demenza di Alzheimer come una sorta di passaggio al limite ovvero di stato protratto da importante invecchiamento encefalico, indifferentemente dall’età anagrafica del demente in esame. Vista sotto questa prospettiva lo studio dell’AD rappresenta in realtà una sfida contro gli effetti che l’avanzare del tempo determina sul cervello, cioè, detto diversamente, un tentativo scientifico di rallentare quanto possibile se non addirittura vincere il deterioramento età-correlato della materia biologica, segnatamente cerebrale. Ebbene sì, tale conquista scientifica è quella che prospettiamo  nella presente opera, in cui per la prima volta si è arrivati alla saliente evidenza di plenaria rivitalizzazione encefalica anti-AD, quindi anti-decadimento cerebrale senile. Quindi ribadiamo, come sarà esemplificato meglio oltre,  che la demenza di Alzheimer non rappresenta in realtà una specifica patologia cerebrale irrelata dalla senescenza, la diagnosi di certezza non è fattibile né in vita né dopo la morte, ed inoltre configura una naturale involuzione età dipendente dell’organo del pensiero, con importanti differenze sia inter-soggettive che intra-soggettive. Quanto appena detto per l’AD vale ugualmente per il cosiddetto e mal definibile  Mild Cognitive Impairment (MCI) cioè il presunto precursore della demenza di Alzheimer che si colloca lungo il continuum tra la normale senescenza e l’AD. Ancora, quando segni clinici di decadimento cognitivo sono rinvenibili in individui anagraficamente giovani, va detto che prima di stabilire, ad esempio, una diagnosi di AD-probabile sarebbe utile prendere in considerazione anche la frequente patografia definita dal sottoscritto Istero-Demenza, la quale oltre ad essere relativamente indipendente dall’età, risulta essere, secondo il sottoscritto,  neurologicamente preferibile come inquadramento diagnostico. Quindi, concludendo, considerata la saliente importanza conferita al fattore età nel rischio di “ammalarsi” di demenza di Alzheimer, e utile sottolineare, per converso, il ruolo protettivo che invece riveste una dotazione in vitalità psicofisica espressa da un eu-tono metabolico individuale, in cui oltre ai fattori genetici in senso lato concorrono anche elementi più controllabili, come ad esempio lo stile di vita, ecc.

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