La Storia (poco celebrata) di Ittiri Cannedu : Don Vincenzo Serra - Delogu il Nobile Rivoluzionario che combatte' contro il feudatario.

Pubblicato il da Ittiri Notte - Cultura

 


 

 

 Don Vincenzo Serra-Delogu e la rivolta antifeudale

Tratto dal libro di

Gianni Vulpes

 


 

 

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Don Vincenzo Serra-Delogu nacque a Ittiri Cannedu il 4 aprile 1731 dal nobile don Giuseppe Serra-Are e dalla Señora Giovannangela Delogu-Delogu coniugi ittiresi. Il 17 maggio del 1758, da poco compiuti ventisette anni, si unì col vincolo del matrimonio nella cattedrale di San Nicola di Sassari con la Señora Maria Caterina Salis-Dantona appartenente all’illuminata borghesia sassarese, figlia del Juris Utriusque Doctor Giovanni Andrea Salis-Sequi di Sennori e della Señora Giovanna Anna Dantona-Cogia di Sassari. Trasferitosi in quella città Vincenzo andò ad abitare nella carrera Longa posta nel vecchio quartiere di San Nicola. Nel 1765 entrò a far parte dell’Arciconfraternita di Orazione e Morte che aveva sede nella chiesetta di San Giacomo di fronte alla cattedrale.

(gruppo in costume al Giubileo, Roma 1900

Foto di proprietà di Angela Sechi-Sussarello)

 

Negli anni di permanenza in Sassari Maria Caterina gli diede otto figli, dei quali raggiunsero la maggiore età solamente Giovanni e Marianna.

Nell'ottobre 1776, appena quindicenne, don Giovanni sposava la lontana parente ittirese donna Mariangela Serra-Solinas e andava a stabilirsi in Ittiri, riportando così l'essenza di quel ramo dei Serra al luogo d'origine. Nel 1781, in seguito alla morte della moglie, anche don Vincenzo, che mai aveva allentato lo stretto legame con il parentado, rientrava definitivamente ad Ittiri con la piccola Marianna.

Tuttavia durante il periodo sassarese egli pernottava spesso nella grande casa d’Ittiri, in quanto doveva curare e soprattutto difendere il suo patrimonio dalle insidie del feudatario; ugualmente e nondimeno voleva interessarsi più da vicino e meglio delle vicende politiche di quel villaggio. Quale ricco printzipale e probo hombre del Consiglio Comunitativo ittirese, egli presenziava in quella veste, come in passato molti dei suoi nobili antenati, ogni qualvolta vi era da prendere decisioni di vitale importanza per il bene comune. Nel 1775 don Vincenzo, don Antonio Delogu-Ventura e don Filippo Delogu si erano persino obbligati a sos-tenere la comunità per le spese processuali della lite vertente con la Casa Ledà.

I Serra d'Ittiri, come già si è detto, erano giustamente considerati tra i più grandi possidenti di quella regione e don Vincenzo, sempre vigile ed attento agli avve-nimenti di quel centro, riusciva con il suo carisma ad avere molta influenza sui non pochi contadini e pastori che lavoravano nelle sue proprietà. Così pure era incisiva e autorevole la sua voce fra altre nobili e notabili famiglie quali i Delogu, i Guttierrez, i Ferrà, i Sussarello, i Depani, i Pilurzi, i Pais, gli Are, i Pinna, i Satta ed altre ancora, tutte unite a Casa Serra, e fra di loro, dal vincolo del matrimonio.

Per meglio addentrarci nel personaggio, che come vedremo più avanti si porrà in aperto contrasto con la Casa Ledà e col sistema feudale imperante a quell'epoca, è bene tornare brevemente indietro nel tempo e mettere a fuoco lo stato sociale e politico dei villaggi d'Ittiri e Uri.

Le generose terre e le due ville, pertinenza dell'antica curatorìa di Coros, cuore di Logudoro, furono acquistate e unite in feudo negli ultimi anni della prima metà del XVI secolo dal reggente la Real Cancelleria di Sardegna don Bernardo Simò, originario di Maiorca; la baronia passò poi per il matrimonio di sua figlia Anna ai Carrillo aragonesi, già Signori di Bonorva e Torralba.

Nel lontano marzo del 1630 con la morte senza discendenti diretti del barone don Ignazio Carrillo Simò Comprat-Artez, ultimo rampollo di quel casato, iniziò una lunga diatriba che portò le diverse famiglie ad esso imparentate a contendersi, prima tra loro e poi con il Regio Fisco, il possesso di quelle ville. I principali antagonisti della lite erano i Ledà conti di Bonorva Signori di Costaval e gli spagnoli De Miranda Marchesi di Valdecanzana e di Torralba, entrambi discendenti per linea femminile dall'antico feudatario.

Nella prima metà del Settecento, pur non cessando la lite, i Ledà erano entrati nel possesso del feudo ma, nel gennaio 1757, le rendite dei due villaggi furono poste sotto sequestro dal Regio Fisco. Nonostante ciò don Gerolamo Ledà-Vaca, allora Signore nominale di quelle contrade, aveva arbitrariamente alterato in aumento tutti i pesi feudali e ne aveva persino introdotto di nuovi.

La mala amministrazione e gli abusi dei Ledà finirono per determinare nelle due ville una crisi economica talmente profonda da rendere in quegli anni la vita nel feudo molto difficile, anche se la vocazione agricola di quei popolani era da sempre molto elevata.

I vassalli si erano resi conto che l’unico modo per liberarsi dai Ledà era quello di entrare nel contendere della baronia e pagare, per cui don Cosimo Serra-Are (zio paterno del Nostro), già prima del 1760, scrisse una lettera a nome delle due comunità all’Intendente generale Cordara di Calamandrana e fece una prima offerta di quarantamila scudi sardi al Regio fisco.

Nel 1763 il censore d’Ittiri don Alessio Serra-Nuseo e don Antonio Delogu-Ventura, entrambi parenti del Nostro, vedendo i vassalli ormai ridotti in uno stato deplorevole, si coalizzarono con il Sindaco Ignazio Pinna-Querqui ed accesero una lite che denunciava le prepotenze dei Ledà. La Regia Governazione di Sassari in quello stesso 1763 dava parere favorevole agli alleati.

La Sentenza il 9 febbraio 1767, nonostante un ricorso del Ledà, fu confermata dalla Reale Udienza cagliaritana. La vertenza non definitiva in seguito coin-volgerà i “Consigli Communitativi” riuniti delle due ville che, malgrado le ingenti spese processuali, continueranno la battaglia davanti ai vari tribunali del Regno.

Irrefrenabile per lo smacco subìto, l'astioso don Gerolamo, deciso a domare quelle genti, rincarava ancor più la dose di abusi sui tributi e giungeva persino a far pascolare le sue greggi nelle vidazzoni, terre coltivate per la pubblica utilità.

Nel novembre 1765 alcuni appartenenti alla nobiltà ittirese, congiunti del Nostro Vincenzo, scrissero una lettera al ministro per gli Affari di Sardegna conte Bogino, nella quale lamentavano che le imposizioni e le vessazioni giornaliere del Ledà, succube e/o complice il neo Sindaco di allora Salvatore Delogu Simula, avevano ridotto il popolo alla fame e, convinti che il Regio Fisco avrebbe vinto la lite vertente in quegli anni sulla proprietà del feudo, lo supplicavano umilmente di vagliare le trattative d'acquisto della baronia a nome delle due comunità.

Altra supplica di uguale contenuto fu inviata al Bogino nel giugno 1766. Questa portava la firma di don Vincenzo, di suo fratello don Giovanni Francesco, di suo cognato don Giovanni Francesco Ferrà-Ventura e dei suoi congiunti, don Alessio e don Giovanni Antonio fratelli Serra-Nuseo d'Ittiri, nonché della gran parte degli insofferenti nobili e notabili di quel luogo, anche questi suoi parenti.

Il Bogino, da prima indifferente, consigliava gli ittiresi di rivolgersi al vicerè per ciò che riguardava le ingiustizie perpetrate dai Ledà ma, in seguito, grazie all'in-teressamento del Commendator don Cosimo Serra-Are d'Ittiri già Arrendatore del feudo nel 1741, considerando l'eventualità di un possibile riscatto della baronia da parte delle comunità, nel marzo 1769 mandava il dottor Antonio Vincenzo Mameli-De Olmediglia Segretario del Regio Patrimonio ad effettuare un'inchiesta mirata a quantificare le rendite e quindi verificare l'eccedenza dei pesi feudali imposti dai Ledà.

La relazione finale del Mameli del maggio 1769, corredata dalle note del predetto don Cosimo, metteva in luce che lo stato di povertà e miseria in cui versavano le due ville era causa della cattiva amministrazione e delle prepotenze commesse dai Ledà.

Nonostante le comunita nel maggio avessero alzato l’offerta a 50 mila scudi e in ottobre persino la portassero a 60 mila, le trattative del Bogino a favore dei vassalli fallirono e donna Stefania Manca-Amat, moglie di don Gerolamo, il 9 dicembre di quel 1769 arrivava ad una “transazione” con il Regio Fisco, per cui i villaggi d'Ittiri ed Uri restavano in possesso della Casa Ledà. Il 7 febbraio 1770 Carlo Emanuele III di Savoya re di Sardegna approvava la "transazione" ed assegnava, con grande stupore dei vassalli, la proprietà della baronia allo stesso don Gerolamo Ledà-Vaca.e persino gli conferiva il titolo di conte d’Ittiri e barone di Uri.

La speranza di quei popolani di vedere realizzato l'antico sogno di libertà svanì nel nulla e, pur se chiaramente mostrarono nella legalità il loro spirito antifeudale al grido di "Viva il Re, vogliamo essere del Re", quel re li aveva definitivamente abbandonati in mano ai Ledà.

Nel 1773 saliva al trono Vittorio Amedeo III e, cinque anni dopo il suo insediamento, dispensava dal suo ministero quel conte Bogino che aveva tentato, sia pur blandamente, di aiutare i vassalli d'Ittiri e Uri a riscattarsi dal giogo feudale. Le due comunità continuarono la lite sulle angherie del barone e più volte segnalarono a chiare lettere all'autorità centrale il mai cessato malcontento popolare.

Ben conoscendo le gravi difficolà economiche dei due villaggi e la tensione che animava gli impetuosi ittiresi, don Vincenzo ed i fratelli don Antonio e don Filippo Delogu-Ventura suoi compaesani nel marzo del 1775 “se obligaron anticipar y costear todos los gastos que serian necesarios para adelantar la litte que pendia en la Real Audiençia entre la Comunida de esta Villa y el Egregio Conde de la mesma hasta sentencia definitiva en la Real Corte de Turin”.

Alla morte del primo conte d'Ittiri e barone di Uri don Gerolamo, avvenuta a Sassari il 4 luglio 1783, il feudo passava al “buon” Antonio Ledà-Manca suo primogenito. Il quarantacinquenne nuovo Signore era ben conosciuto dai vassalli per la sua alterigia ed il malanimo, e già ne erano terrorizzati. Il passare degli anni aveva accumulato molta ruggine tra la piccola nobiltà locale ed il vendi-cativo don Antonio che, ancor meno scrupoloso del padre, aveva sfacciatamente tenuto in uso gli stessi iniqui tributi feudali e, persino, imponeva a suo piacimento e con misura falsa il llaor de corte (diritto terratico). Si era appropriato indebitamente di terreni e case di privati e, persistendo nel far pascolare il suo bestiame e quello dei fratelli nei seminati pubblici sotto custodia di "bravi" armati, affamava quei poveri villici. La ferocia di don Antonio era tale che preferiva buttare il pane ai porci piuttosto di darlo ai suoi vassalli. Nel luglio 1793, esasperati dalle continue grassazioni del conte e molto più dalle malefatte e dai soprusi del fratello Giovanni Battista abate di Paulis, che spesso lo sostituiva nella “gestione” del feudo, quei vassalli imploravano ancora una volta al vicerè Balbiano alleviamento dagli insopportabili aggravi feudali: chiedevano che si aprissero scuole pubbliche per l’istruzione del popolo e si togliesse l'amministrazione della giustizia al barone, affidandola ad un giudice togato di nomina regia. Il ricorso seguendo la via gerarchica giunse a Cagliari nelle mani del reggente la Real Cancelleria di Sardegna Sauthier di Monthoux che, invece di ben esaminare quelle sincere doglianze, secondo il Pola, biasimò quei popolani notando che sarebbe stato necessario “fare una fortissima monizione ai due Consigli per l'ardire avuto nel fare tale domanda se non avesse temuto che il fatto si fosse, in tal maniera, reso pubblico, spingendo, forse, altre Comunità a seguire il pericoloso esempio”.

L'arrogante risposta dell'infame ultrareazionario savoyardo anziché incutere timore nei vassalli, forse fu la goccia che fece traboccare il vaso della tolleranza e li spinse al rifiuto del pagamento dei tributi. In seguito a queste vicende le due comunità ottennero, con Carta Reale del 20 dicembre di quel 1793, l’intervento in Cagliari di una commissione alla quale si affidava il compito di trattare, amiche-volmente, un accordo nella sempre vertente lite con il feudatario. Tutto ciò fu inutile: i vassalli volevano che la commissione elencasse minuziosamente tutti i capi di reddito esigibili dal barone; dall'alto della sua prosopopea don Antonio non accettava la lista proposta da Cagliari e, forte delle sue ragioni che gli venivano dall'atto d'infeudazione, riaccendeva la controversia. Non riuscendo l’accordo tra le parti la causa si rimandava alla Reale Udienza “collagiunta di due Giudici criminali di provvedere e decidere sommariamente senza formalità d'atti, avuto riguardo alla sola verità del fatto”.

La pessima annata di raccolto del ’94 e le continue estorsioni del conte sembravano aver nuovamente piegato i vassalli d'Ittiri ma non la piccola nobiltà capeggiata da don Vincenzo, che nell'agosto di quell'anno fece proposta in sede di Consiglio comunale di aumentare il numero “de los baracheles” causa “los frequentes hurtos, y desordenes, que suelen aconteser en la presente Villa, siendo esta reducida a un estado deplorable”.

La motivazione era ben fondata, rispecchiava la situazione esplosiva del villaggio ma era chiaramente un pretesto che, nel settembre seguente, darà la possibilità di circolare liberamente a trentanove uomini armati di tutto punto e, quindi, di vigilare sui seminati e difendersi dai “bravi” e ministri di giustizia del conte. La forte squadra barracellare ideata da don Vincenzo era capitanata dal parente avvocato Giovannangelo Tola-Caddeo di Bortigali che, in quel frangente, espletava il ruolo di Pro Sindico e cercava con tutti i mezzi, ma inutilmente, di convincere i vassalli a non pagare il Laor de Corte al Ledà. La “Quadriglia” era composta da undici esponenti della piccola nobiltà, tra i quali: suo figlio don Giovanni col grado di tenente, suo nipote don Antonio Michele Ferrà-Serra con lo zio di questi don Antonio Simone Ferrà-Ventura ed il figlio di questo ultimo don Giovanni Andrea Ferrà-Virdis, nonché da cinque printzipales ed altri, tra massayos, artegianos e pastores, tutti contrari all'amministrazione dei Ledà. Nel 1794 zuffe e battibecchi erano all’ordine del giorno, ma gli scontri tra i “bravi” del conte e i barracelli avvennero verso la fine di luglio del 1795 ed il cavalier Santuccio Governatore di Sassari dovette provvedere con un distaccamento di dragoni.

A questo punto mi sembra opportuno ribadire che queste pagine non hanno la pretesa di sviluppare in modo esauriente un così vasto ed avvincente argomento quale è la rivolta dei sardi al sistema feudale. Solo si vuol rammentare che don Vincenzo, la Famiglia Serra, e con loro gli ittiresi, credettero nel Giudice Angioy e furono tra i primi a levarsi in armi nel turbine della rivolta, molti di essi pagarono col sangue il tentativo di liberare l’isola dal vecchio regime. La Sardegna dovrà attendere ancora per più di quarantanni per liberarsi del Feudalesimo.

Così, come tutti gli anni il conte, il 15 agosto 1795, aveva già incamerato le spettanze del raccolto (s’incunza) dei due villaggi, e mai avrebbe immaginato che i vassalli si sarebbero portati in massa ai magazzini baronali e avrebbero tentato di “estrarsi con violenza i grani ne’ detti d'Ittiri, ed Uri rinchiusi”. Il pronto intervento dei dragoni e ancor più l'opera di persuasione degli ecclesiastici locali calmarono gli animi e si riuscì per quel giorno ad evitare la rivolta.

L'aria odorosa di polvere da sparo lasciava però intendere il malcontento e l'odio represso, presagiva e denunciava che i vassalli avrebbero dato sfogo a quell’istin-to proprio di chi ha sempre subìto. Il conte preoccupato dell'accaduto si rivolgeva al suo buon amico cavalier Santuccio e questi, per lettera, invitava sfacciatta-mente don Vincenzo, reputato “uno de' Magnati del paese”, a rabbonire quella gente e, qualora venissero comprovate le accuse che quei villici osavano osten-tare, giungere ad un accomodamento.

I progetti di don Vincenzo erano certamente tuttaltra cosa: aveva intuito, come daltronde il figlio don Giovanni ed i maggiorenti del villaggio, che il fermento provocato dai democratici cagliaritani guidati dal giudice Angioy di Bono avrebbe potuto cambiare la situazione politica dell'isola e far vacillare il sistema feudale. L’occasione sembrava propizia, e quello il momento di assestare un buon colpo al conte Ledà ed al regime feudale che il suo casato ben rappresentava.

Stimato e benvoluto dagli ittiresi per la sua onestà, don Vincenzo anziché usare il suo credito nel placare “il furore apparente della plebe, e restituire la pristima tranquillità”, alimentò il fuoco della sedizione. Egli fece in modo che suo nipote il Sindaco d'Ittiri don Antonio Michele Ferrà-Serra ed il consigliere comunale Pietro Delogu si recassero prontamente a Sassari nella contrada di Cabu Leone dove aveva residenza il conte don Antonio, per sentirne viva voce le proposte sull’“accomodamento” dei punti in controversia di quel frangente.

La mattina del 24 di quello stesso agosto 1795, poco dopo il rientro ad Ittiri dei due “delegati”, i vassalli con a capo don Vincenzo ed i suoi parenti in prima linea, ancora più furiosi, non paghi della risposta del feudatario, diedero assalto ai predetti magazzini e forzatane la porta sottrassero i tanto sospirati grani, dei quali il consigliere comunale cavalier Giacomo Matteo Dies-Delogu fece equa ripartizione fra quei popolani. La sera, giunti i vicini uresi, una folla incontenibile di settecento e più persone calcava elettrizzata la piazza antistante la chiesa parrocchiale d'Ittiri: uomini a piedi e a cavallo, armati di fucili e bastoni, guidati dai rispettivi sindaci e spalleggiati dalla squadra barracellare ittirese al comando del neo capitano don Giovanni Serra, si muovevano a suon di tamburo (a tzoccu 'e tumbarinu) verso l'aperta campagna e si davano all'atterramento dei muri divisori dei tancati e alla distruzione delle colture nei fondi “particolari” dei Ledà.

Il trenta agosto, infine: “di ciò non contenti -scriverà il conte esponendo gli eccessi dei suoi vassalli d'Ittiri al vicerè- visitarono il mio Palazzo con aprire con stanghe le porte, ch'erano chiuse minacciando eziandio d'estrarsi la lana, che in esso si trovava, con il formaggio, che credono esservi”. La rivolta culminava allorquando le due comunità emanavano addirittura un “pregone”, nel quale si ordinava all'ufficiale di giustizia di allontanarsi dal feudo entro e non oltre otto giorni, pena la morte. Era un rifiuto aperto ed inequivocabile della giurisdizione feudale, che del resto, come già si è detto, quei villici avevano espresso nella legalità sin da prima del 1760 proponendo al re il riscatto del feudo e, non riuscendo il loro intento, ponevano con la forza le due ville nell'anarchia.

Dopo il repulisti generale degli uomini del conte, il “Consejo Communitativo” ittirese deliberava il ripristino delle cariche pubbliche del villaggio, assegnando quei ruoli a persone oneste e stimate dal popolo. A don Vincenzo fu affidata la mansione di Amostassen e due dei suoi fedelissimi quali erano Gian Filippo Fiori e Giovanni Fadda furono posti nel grado di maggiore di giustizia e di luogo-tenente.

Nella primavera del 1795 a Cherasco Napoleone firmava l’armistizio con Vittorio Amedeo III ed i repubblicani perdono la speranza di un intervento risolutore francese nell’isola.

L'estate del 1795 aveva visto molti villaggi del Logudoro in tumulto, ed i democratici cagliaritani costituire ancora un fronte unito e compatto col giudice Angioy; i “baroni” sassaresi, e fra questi con più accanimento i Ledà, volevano realizzare un governo a sè stante e non subordinato a quello di Cagliari, ormai preda dei “giacobini”.

In ottobre il Governatore di Sassari Santuccio, per avvalorare le pretese separatiste dei sassaresi, emanava un ordine nel quale disponeva che i miliziani logudoresi non dovessero riunirsi senza il suo volere; a Cagliari, il vicerè Vivalda, sentitosi esautorato, per sconfessare il Santuccio ed avere certezza che le sue direttive venissero eseguite, delegava tre uomini di fiducia, tra i quali il repubblicano amico dell'Angioy Francesco Cilocco, con il compito di divulgare nel Capo di Sopra il suo pregone. Ai delegati viceregi si univa l'avvocato sassa-rese Gioacchino Mundula, anche lui intimo seguace di Angioy. Questi profittava dell'occasione per svolgere intensa propaganda antifeudale ed assieme ai tre delegati e con l'appoggio dei democratici cagliaritani, concertò di sobillare i vassalli contro i “baroni”, occupare Sassari e punirla per la sua insubordinazione.

Nel novembre la situazione itterese non era cambiata i disubbidienti erano padroni incontrastati del villaggio, a nulla erano valse le offerte e gli inviti del conte e tantomeno gli ordini del Santuccio per indurre persona alcuna ad accettare la carica di ministro di giustizia.

La notte del 27 dicembre 1795 migliaia di villici provenienti da tutto il Logudoro si accampavano sotto le mura del castello di Sassari, tra essi non mancava la folta schiera degli armati d'Ittiri e Uri che al loro ingresso in città diceva voler trucidare tutta la Casa Ledà.

Il giorno 29 gli assedianti con a capo il Cilocco, il Mundula ed altri valorosi entravano a Sassari acclamati dai cittadini; l'occupazione avvenne senza grande violenza ne rappresaglie ma i grandi feudatari, contro i quali erano mirate le ostiltà, avevano già preso la via per la Nurra o per la vicina Corsica. I villici insorti, la gran parte appartenenti ai feudi dei Ledà del marchese di Villarios e del duca dell'Asinara, per niente interessati alle questioni dell'autonomia sassarese, solo volevano tra le mani i baroni che li avevano a lungo angariato e, visto che quelli avevano guadagnato l'impunità, sfogavano ancora una volta le ire contro le proprietà.

Nel gennaio del 1796 tutto il Logudoro è nello scompiglio, senza governo ne Governatore. Il feudo d’Ittiri e Uri restava irremovibile alle interferenze del barone e regno incontrastato della più completa anarchia: il giorno 10, sotto la pressione di Casa Serra e di altre Famiglie ittiresi seguaci dell’Angioy ed ispirate alla fazione più avanzata e repubblicana, il Consiglio Comunitativo presieduto in quell’occasione dal cavalier Dies in qualità di Pro Sindico si rivolgeva ancora una volta al re ed ai suoi ministri: dezendo que de una ves venga cortado y destruydo este pesante jugo del feudatario e dava incarico al consigliere Pietro Delogu di spedire un memoriale agli Stamenti nel quale le due ville confermavano unanimemente la volontà di pedir la redencion e diventare ville reali. L’audace delibera indicava compiutamente la grande carica antifeudale degli ittiresi. Il Dies denunciava apertamente le critiche circostanze nelle quali si trovava il Regno e specialmente il “Cabo Doro” per colpa dei signori feudatari e di altri sassaresi: “desorganisadores de la publica quietud, y por quines con vexassiones, y nuevos impositos, y mala administraçion de Iustiçia en lo passado experimentada, han puesto todos los pueblos en continuas aflissiones”.

Alla fine di quel gennaio, Sassari e Cagliari, le eterne rivali, sembrano finalmente giungere ad una riconciliazione. Troppo potente, ingombrante ed odiato da certi voltagabbana del partito democratico cagliaritano, l’Angioy il 3 febbraio venne investito dal vicerè Vivalda dell’alto grado di Alter Nos del Capo di Sopra, con il compito di normalizzare lo scompiglio che vi era in quella regione.

Il 13 partì da Cagliari e attorno al 27 giunse a Bessude nel Caput Abbas, dove si concedette una delle ultime fra le numerose soste lungo la via per Sassari. A Bessude a rendere omaggio, e soprattutto a sentire l’umore e l’indole del bonese, attendevano “molti Cavalieri e Principali” delle ville del circondario, tra i quali don Vincenzo con il figlio don Giovanni, il teologo Antonio Luigi Serra e tutti i loro amici ittiresi.

Il 28 don Giommaria faceva ingresso trionfale nel cuore di quella Sassari turbolenta e giacobina, che due mesi prima aveva dato un duro colpo ai baroni logudoresi. Ad accoglierlo vi era una enorme folla: gli scontenti provenienti da tutti i villaggi del Logudoro che inneggiavano alla libertà della nazione sarda e alla fine del Feudalesimo, tra essi don Giovanni Serra ed i suoi speranzosi amici ittiresi.

Angioy a Sassari favorì la esecuzione di lavori di pubblica utilità, istituì il corpo miliziano cittadino, provvide all’approvvigionamento della farina facendola arrivare a buon mercato dai paesi limitrofi: tra i quali Ittiri, che levaron quasi dalle loro bocche gli alimenti per somministrarli ai sassaresi in grazia di chi per loro intercedeva, ma non era bastante, la situazione era e rimaneva incandescente. La strategia politica cagliaritana dava immediatamente i suoi frutti: “La trappola- come scrive Lorenzo Del Piano- era ben congegnata, perché l’Alternos o avrebbe veramente ristabilito l’ordine, mettendosi contro i suoi amici “giacobini” o si sarebbe lasciato trascinare a iniziative che avrebbero giustificato, come infatti di li a pochi mesi giustificarono, una repressione violenta.”

Nella prima settimana di marzo, la prima del governo di don Giommaria, i vassalli d’Ittiri e Uri, non volendo rientrare nell’ingranaggio feudale ne tantome-no perdere quella libertà che godevano dall’agosto del passato ’95, si ribellavano al pagamento dei tributi al barone. Ittiri in quei giorni di Quaresima fu teatro di molte agitazioni: spinti da don Vincenzo, suo figlio don Giovanni, don Antonio Michele Ferrà e dagli inseparabili avvocato Tola e cavalier Dies con la benedi-zione del teologo Antonio Luigi Serra-Carta, repubblicano seguace dell’Angioy, i popolani saccheggiarono e rasero al suolo il palazzo baronale simbolo della tirannide feudale. Il Dies ed il teologo oltre ad incoraggiare i villici parteciparono di persona alla demolizione, e persino si cimentarono amichevolmente nel riuscire a svellere una colonna di pietra che vi era nel palazzo. Vinse il religioso ma nella furia impresse tanta forza che “cadutogli dagli ommeri il tabarro, di cui era vestito di color azul, e quindi caduta sopra di esso la colonna lo forò”. Il “Giornale di Sardegna” di quel periodo nel commentare l’incursione, molto vagamente riportava che l’Alternos provvedeva a quell’evento “in maniera che potessero evitarsi gli ulteriori eccessi e rimediarsi in parte i già accaduti”. Se invece vogliamo dar credito alla versione che propone la rima dell’allora vivente poeta in lingua logudorese Giommaria Seche d’Ittiri, giustappunto composta per quell’occasione, “su Zuighe Angioi” calcava forse un pò troppo la mano su quei villici. Egli inviava al villaggio i dragoni della cavalleria leggera “sa Missione Reale” al comando del piemontese Vincenzo Forneri, e questi secondo il Seche, “nos faghet narrer hoi a furias de bastone!.../ Hamus proadu presone,/ galera, frusta e tortura,/ però, custa pistadura no’ l’haimis bida mai!/ Si sighit a fagher gai,/ atteru mediu no’ hamus/ etzis-già chi nos forramus/ sas palas a sola crua!.../ Forneri, de ira tua,/ Domine libera me...!/. le rime continuano su questo stile e ci rivelano: Chie cherfesit fagher fronte/ a tales distrussiones/, no’ fun de sos iscarpones/ chi fin de iscarpas sizidas/sas cales arrepentidas/ dên esser ai cust’ora!. Appare chiaro che il Seche, del quale conosciamo la sagacia, ben sapeva che i mandanti della demolizione del palazzo erano i “Don” dalle scarpe signorili, ma a pagarne lo scotto furono i miseri dai rozzi scarponi. Tuttavia quei vassalli ittiresi, scalzi, con i rozzi scarponi e dai lucenti stivali speravano nell’Alternos ed ancor più fidavano nel saperlo legato saldamente a don Vincenzo ed alla Casa Serra, gente questa che godeva di tutta la loro stima e credibilità. Tantoché il 17 di quel marzo del ’96, in Ittiri il notaio Cosimo Serra-Carta, fratello del teologo, rogava l’“Atto di Redenzione” nel quale cinquecento e più persone giuravano, tra le altre cose, “di non riconoscere più alcun feudatario” e di prestare “un illimitata e pronta ubbidienza agli ordini del leggitimo rapresentante di Sua Sacra Reale Maestà, del Supremo maggistratto della Reale Udienza, degli tre ordini del Regno, e degnissimo Alternos della Città e Capo di Sassari, a costo anche della perdita dei beni, e della vitta”. Lo stesso notaio il giorno seguente si recava al vicino villaggio di Uri e raccoglieva il giuramento di duecento cinqu-anta e più persone del luogo.

La diffusione di questi “Atti di “Redenzione” o “Sottomissione” era stata ideata e sostenuta dalla compagine repubblicana più vicina ad Angioy, per cui tra i circa ottocento firmatari di questo importante documento vi erano tre generazioni Serra, il Nostro don Vincenzo con suo figlio don Giovanni ed il figlio di questo il diciasettenne don Giuseppe Serra-Serra, e tutti i capi famiglia ad essi imparentati. Il documento fu prontamente consegnato dal Sindaco Pietro Delogu Are nelle mani di Angioy il quale, avendone già fatto pressante richiesta a don Giovanni Serra, lo “stava da qualche tempo attendendo”.

In quello stesso 17 marzo il Governatore di Alghero Carroz segnalava a Sassari la presenza nella rada di Porto Conte di una misteriosa flotta straniera, l’Alternos dispose prontamente di mandare nel posto alcuni dei suoi più fidati al comando di un esiguo drappello di dragoni perché seguissero gli eventi. Il giorno seguente, durante il viaggio per Alghero si univano al gruppo don Vincenzo, don Giovanni, don Antonio Michele Ferrà, i soliti dottor Tola e cavalier Dies e con loro più di cento cavalieri delle vicine ville d’Ittiri e di Uri. Il Carroz sotto la pressione dei baroni sassaresi impediva l’ingresso dei miliziani ed accusava l’Angioy di voler occupare la Città, “fatto però fu, che quelle vele” -come si legge nel “Giornale di Sardegna” dell’epoca -“scomparirono, e potè in questa guisa smorzarsi l’entusias-mo ond’erano accesi i nostri guerrieri di poter far mostra del loro valore”. Sola-mente più tardi l’inganno che mirava ad intaccare la figura di don Giommaria agli occhi del Monarca Sabaudo fu smascherato ma, ugualmente gli Stamenti suggerivano in maniera subdola al vicerè di frenare la sua strapotenza.

Nell’ittirese nonostante la paura dei dragoni del Fornery in quell’aprile del ’96 la violenza ed il furto del bestiame ai danni dei filofeudali continuava giornalmente. Oltre aver distrutto la casa, gli armenti, allontanato i suoi sgherri, era talmente forte la voglia di annientare il Feudalesimo ed il feudatario che in quei giorni don Giovanni Serra, col favore e la complicità dell’amico dottor Domenico Solis della Regia Governazione, commissionava al parigino Pier Bauvarlay di professione macchinista argentiere ed incisore, che non disdegnava di “accomodare orologj e scatole da tabacco,” l’esecuzione di un nuovo sigillo in ottone della grandezza di mezzo scudo sardo per la curia d’Ittiri, in sostituzione di quello del barone. Il sigillo pare dovesse ritirarlo il Solis perché lo passasse all’Angioy e questo infine lo avrebbe consegnato a don Giovanni. Il fine ultimo era quello di cancellare dalla curia le armi gentilizie della Casa Ledà e sostituirle con quelle del monarca, inserendo a fianco dei due leoni le scritte Ittiri e Uri, per significare ancora una volta il desiderio di quei popolani di voler diventare ville Reali.

Intanto a Sassari e ancor più da Cagliari si accusava con sempre maggior insistenza l’Angioy di voler sovvertire le leggi del Regno: i suoi ex amici cagliaritani ai quali pare tenevano mano a Sassari alcuni importanti esponenti della nobiltà e del clero, tra i quali il “buon” abate Ledà fratello del conte d’Ittiri, ordirono una congiura che attentava alla vita di don Giommaria. Scoperta e neutralizzata la tresca Angioy riuscì ad attenuare la tensione dei sassaresi e tutti sembravano riconoscere i meriti del suo buon governo, ma il vicerè gli assegnò il grave fardello di forzare le comunità a pagare i tributi feudali. L’Angioy si disimpegnò facendo notare che il suo compito non era quello di fare l’esattore dei baroni, e ciò portò ad accentuare ancor di più il divario tra i due.

Sul finire del mese di maggio, sobillati dagli uomini di Angioy, i rappresentanti della gran parte dei villaggi logudoresi, e tra loro quelli d’Ittiri e Uri, si ammassarono davanti al palazzo della Regia Governazione, armati ed inferociti manifestarono palesemente di non voler pagare più alcun balzello feudale e chiedendo che l’Alternos certificasse la loro unanime e ferma volontà recandosi di persona nelle ville.

Il pomeriggio del giovedì 2 giugno, dopo aver affidato la custodia della Città ai suoi piu fidati amici fra i quali Giocchino Mundula, don Giommaria si muoveva da Sassari verso Tissi: al suo seguito circa duecentocinquanta uomini a cavallo tra dragoni e miliziani provenienti da Bono, Ittiri, Sorso, Osilo, Nulvi ed altre ville del Logudoro, nonché alcuni membri della Regia Governazione. La sera il “corteo” giunse a Tissi dove ad attendere l’Angioy vi era il Consiglio Comunita-tivo ittirese che, nel rinnovare obbedienza, gli ribadì la ferma decisione di volersi affrancare dalla schiavitù feudale.

La mattina seguente a Tissi arrivarono cavalieri da Usini, Ossi e Muros e, sentite le loro intenzioni, l’Alternos comunicò loro che non avrebbero più dovuto pagare alcun diritto ai baroni. Seguendo il rituale dell’“Incontro” dispensava i tissesi ed il viaggio riprendeva sulla via che passando da Ossi a Cargeghe giunge a Florinas, dove fu ospitato dal rettore di quella villa e suo buon amico Gavino Sequi Bologna. Intanto la Regia Governazione di Sassari aveva ordinato a don Giovanni Serra, all’avvocato Tola ed al cavalier Dies di radunare uomini e con loro raggiungere l’Angioy a Semestene. Nello stesso tempo pure l’Angioy scrisse all’“Ufficiale di Giustizia” d’Ittiri una lettera dello stesso tenore per cui si pubblicò “un Pregone comandando tutti gl’individui di quel Popolo a doverlo raggiungere nelle Ville di Semestini o Maccomer”. La mattina del giorno 4 riunitisi in Florinas i miliziani di Ploaghe, Codrongianos e Cargeghe, il parroco di Semestene Francesco Maria Muroni saliva il pulpito di quella chiesa e, nel tradurre, come al solito, dall’italiano al logudorese, il discorso di Angioy, incitava gli astanti ad armarsi e seguire la “comitiva” per combattere qualsiasi difensore dei baroni, anche se fosse il vicerè. Per non allungare oltremodo il suo viaggio a cavallo attraverso quel territorio e fino al Marghine, dove aveva fine la sua giurisdizione, egli certamente seguì un percorso che gli consentisse di portarsi il più vicino possibile alle ville. A guidarlo in quelle terre erano i suoi amici giacobini del Logudoro, tra i quali, probabilmente per quel pezzo, i fratelli Giommaria e Giovanni Antonio Merella di Florinas. I due erano molto legati al nostro don Vincenzo Serra ed agli ittiresi amici di Angioy, non solo dal comune patriottismo ma anche e perché Giovanni Antonio aveva preso in moglie nel 1785 la ittirese Maria Teresa Pes e da allora si era stabilito in Ittiri. Nel 1792 il “Mereglias” era stato eletto persino capitano dei barracelli ed aveva acquisito buona conoscenza della viabilità di quel territorio, per cui è verosimile che abbia guidato gli angioyani per la strada che porta alla chiesa campestre di Santa Maria di Cea, posta nell’agro di Banari appena passato il confine con le terre di Florinas e allo stesso tempo a poca distanza da Ittiri. Giunti alla chiesa i cavalieri ittiresi, la comitiva si dirigeva alla vicina Banari passava per Siligo e Bessude a Bonnanaro e giungeva a Thiesi, dove l’Angioy fu ospitato da don Filippo Flores-Serra Are, cugino primo del Nostro don Vincenzo. Il giorno 5 poco dopo mezzogiorno giunsero a Thiesi i miliziani del Meilogu e Cabu Abbas e dopo il solito discorso sulla necessità di abolire il Feudalesimo tutti si diressero per Campu Giavesu dove per ordine di Angioy accorrevano gli armati di Cossoine e Giave. Dopo varie tappe, soste e pernottamenti, il “corteo” aveva allargato le sue fila, tanto da sembrare un piccolo esercito e l’Alternos ogni volta assicurava quei villici che non avrebbero più pagato alcun diritto feudale. Egli attraversava Bonorva (forse là raccoglieva il consenso dei miliziani di Rebeccu) e nel pomeriggio avanzato entrava in trionfo a Semestene dove veniva accolto a braccia aperte dal parroco Muroni. In quel frangente Angioy forse seguendo ancora il rito dell’“incontro” licenziò una parte dei cavalieri osilesi, sorsesi e ittiresi, che erano i più numerosi e irrequieti tra le milizie che formavano il “corteo”.

Tre furono le squadre di miliziani che da Ittiri si unirono all’Angioy: la prima lo raggiunse il 2 giugno a Sassari quando inziò il “viaggio”, con essa vi erano, tra gli altri, don Vincenzo e suo figlio don Giovanni con gli amici Ferrà, Tola e Dies; la seconda si portò in tarda serata dello stesso giorno a Tissi con la giunta del Consiglio Comunitativo; la terza entrò con lui la sera del 4 a Thiesi. Non sappiamo quanti erano questi armati, sappiamo invece che trentacinque furono gli ittiresi che per ordine di Angioy da Semestene rientrarono a Ittiri. Il processo imbastito dal Valentino in seguito alla “ritirata” di Angioy vedrà implicati negli eventi di Macomer e Oristano 15 sassaresi, 12 ittiresi, 8 osilesi, 6 sorsesi, 5 bonesi, 1 di Macomer e 1 di Giave. Dunque o il processo del Valentino si reggeva su delle falsità per aggravare il peso dei reati degli inquisiti, oppure gli angioyani in Ittiri erano davvero numerosi.

Quella domenica notte del 5 giugno a Semestene don Giommaria venne a sapere che in Bosa si tramava alle sue spalle ed inviò l’ordine di convocazione ai miliziani di Santulussurgiu, Macomer, Dualchi, Borore, Bolotana ed altri piccoli centri del Marghine. Accadde però che Macomer indifferente, anzi contraria agli ordini di Angioy, quel lunedi 6 negava l’ingresso degli angioyani. Seguirono per tutta la giornata trattative, scaramucce e mediazioni dell’esito delle quali si hanno almeno due versioni: la prima vede i miliziani di Angioy sbaragliare le barricate dei “difensori dei baroni” ed il conseguente saccheggio delle loro case da parte dei predetti “irrequieti”; la seconda vuole il fallimento dei negoziati e l’abban-dono dell’impresa da parte dell’Alternos.

Passata la notte nel territorio di Bosa la mattina del seguente giorno 7 dirige il suo “piccolo esercito” verso Santulussurgiu dove era atteso dai fedeli Massidda e dal suo partigiano R.do Professor don Michele Obino capo dei rivoltosi lussurgesi nonché amico di don Vincenzo e di tutta la Casa Serra. A Santulussurgiu Angioy è confuso e indeciso, forse la posta intercettata il giorno prima lo aveva aggiornato sulla situazione o forse illuso dagli amici “giacobini”, matura il sogno di marciare su Cagliari.

In quei giorni don Giovanni Serra con il cugino don Antonio Michele Ferrà, l’avvocato Tola, Giovanni Antonio Sechi e molti altri si recavano a Ossi. Don Giovanni fu ospitato dal sacerdote don Ambrogio Piras-Satta e saputo che un certo Nicolò Pinna, opponeva agli angioyani ossesi lo ammonì fortemente facen-dogli intendere che se la Sardegna aveva tenuto testa ai francesi poteva benissimo vincere un re Savoya cosi miserabile. L’episodio portò il Pinna sul banco dei testimoni nel processo a carico di don Giovanni. L’ossese lo conosceremo meglio negli eventi seguenti.

La mattina del giorno 8 Angioy uscì dal “margine” di sua giurisdizione con più di seicento cavalieri ma raccolse uomini lungo la via ed entra in Oristano, tra gli applausi, inchini e riverenze di quei cittadini, con più di mille uomini armati.

Preso quartiere in casa di don Pietro Fois, scrisse due lettere al vicerè Vivalda: con una attribuì la responsabilità del suo gesto alle pressioni dei logudoresi e, chiedendo un “abboccamento”, fece notare che avrebbe atteso in armi una sua risposta; l’altra conteneva l’approvazione delle sue risoluzioni a firma del fior fiore dei cavalieri del Logudoro, fra i quali don Antonio Pasquale Delogu-Manunta d’Ittiri. In Oristano dunque oltre ai dodici ittiresi che saranno inquisiti nel processo del Valentino vi era pure il Delogu-Manunta.

Angioy rimase in Oristano in attesa di una risposta scritta che mai arrivò. Quella risposta venne nei fatti: secondo il Cherchi Paba fu tempestiva e contemporanea, il vicerè gli toglieva l’autorità e il grado di Alternos, in vece sua don Giovanni Antonio Del Rio di Bosa che, con Pintor, Guiso e Musso, giungeva a Oristano al comando di 2.500 uomini per annientarlo; con pregone del 9 seguente, volendo “separare le pecore dai caproni”, concedeva l’indulto ai disubbidienti sedotti ma non ai capi motori dell’insurrezione ai quali, con altro pregone dello stesso 9, poneva un taglia sulla testa. Nello stesso giorno il re firmava in Torino il diploma che accoglieva favorevolmente le cinque domande poste dagli Stamenti sardi nel 1793.

La “taglia” fu trasmessa in tutti i centri del Logudoro. A Ittiri, ci segnala ancora il Cherchi Paba, pervenne tramite il corriere Nicolò Pinna di Ossi (lo stesso prima citato). Essa fu esposta nei primi giorni che seguirono la ritirata di Angioy nella “contrada denominata Sa Scriania” (oggi via Marconi), più precisamente nel muro di facciata della casa di abitazione di don Antonio Simone Ferrà-Ventura, il messo della curia ne annunciava al popolo la pubblicazione a suon di tamburo. Trovandosi in quella contrada don Vincenzo con suo figlio don Giovanni ed i suoi amici Ferrà, dottor Tola e cavalier Dies, amareggiati della situazione del momento, leggevano il pregone, schernivano e beffavano e, segnandone con il dito l’inutilità dicevano: “nel ritornare Angioy a questo Regno lo erigerebbe in Repubblica, ne vi sarebbe più Re,” quale trattavano da povero e miserabile e “dopo fatta la Repubblica si manderebbe a tagliare, e cogliere fenocchio che era e chiamasi Vittorio Fava”.

In Oristano l’Angioy il giorno 9 attendeva sempre notizie dal vicerè; è ansioso e gli scrive ancora una lettera, scrive alla Reale Udienza ed agli Stamenti, a questi ultimi propone di chiedere ai francesi di perorare la causa del Logudoro con il governo di Torino. La mattina del 10 don Giommaria forse ancora non vuol credere o non sa bene che cosa accade a Sud e a Nord di Oristano, oppure, secon-do Vittoria Del Piano, già sa per aver ricevuto la notte precedente una lettera da quella “volpe vecchia” di Gavino Cocco con allegato il pregone che lo metteva al bando, e lo consigliava di scappare immediatamente da Oristano.

In quei giorni alcuni dei suoi uomini per fame o per ribalderia, come dice Dionigi Scano, “saccheggiarono alcuni negozi e poche case, commettendo altri disordini e violenze che furono esagerati quando il diffamar l’Alternos costituiva un merito per il governo viceregio”.

Amareggiato anche per quei disordini che gli metteranno contro pure gli orista-nesi, don Giommaria nelle giornate tra il 10 e 11 inviò lettere ai villaggi di Ittiri, Sorso, Osilo, Florinas, Bortigali e forse ad altri chiedendo armati per sua difesa e, come riferisce il Cherchi Paba, “per la causa pubblica, che interessa tutti”. Le due missive per Ittiri sono dirette a don Giovanni Serra ed al ministro di giustizia, l’Angioy le affidò all’amico sacerdote don Michele Obino ché ben sapeva quanto questi fosse legato alla Casa Serra e ai suoi numerosi seguaci ittiresi.

La mattina del sabato 11 don Giommaria, ricevuta la posta in arrivo da Cagliari, ebbe conferma o seppe in quel momento delle manovre dirette contro di lui dal governo ed ordinava ai suoi di prepararsi a lasciare il campo.

Mentre Angioy la domenica mattina del giorno 12 arrettrava da Oristano l’Obino giungeva Ittiri dove fu ospitato in Casa Serra. Poiché don Giovanni era assente, Obino consegnava la lettera al padre don Vincenzo. Mentre quella destinata al ministro di giustizia non la consegna in quanto assente pur lui. Ignorando gli ultimi trascorsi, Obino e don Vincenzo si affrettarono a radunare uomini per mandarli ad Oristano in soccorso dell’Angioy. Gli uomini in quei giorni erano impegnati nei campi e trentacinque di essi, già al seguito dell’Alternos, erano rientrati da pochi giorni da Semestene. Alcuni erano indecisi ed altri contrari alla missione, per cui l’Obino spinse don Vincenzo ad offrire due reali a chiunque partecipasse all’azione. Il lunedi 13 giugno Ittiri festeggiava Sant’Antonio ma alle quattro del mattino un nutrito gruppo di cavalieri si trovavano radunati nel piazzale della casa di don Vincenzo armi in mano e inneggiavano alla repubblica contro il re “fava” e contro i baroni, tra questi don Antonio Michele Ferrà con i soliti dottor Tola e cavalier Dies. Essi non sapevano che il 12 Angioy aveva abbandonato Oristano e, passando per Santulussurgiu, Sindia, Pozzomaggiore e Torralba, riferisce il Cherchi Paba, era giunto a Thiesi al tramontar del sole di quello stesso lunedi 13.

La strada percorsa dall’Angioy non era quella che percorrevano i cavalieri ittiresi per giungere ad Oristano. L’unica possibilità poteva essere un incontro nel tratto fra Giave e Torralba ma gli orari non erano gli stessi: Angioy entrò al tramonto in Thiesi mentre don Vincenzo con i suoi vi giunse alle 6 del mattino, per cui è impensabile si siano incontrati.

Questa versione dei fatti costruita in parte sui riferimenti della lettera che l’Obino da Ittiri il 12 spedisce al Sotgia Mundula forse necessita di qualche plausibile variante. Leggendo gli atti dell’istruttoria a carico di don Giovanni Serra, avvocato Giovannangelo Tola e cavalier Giacomo Matteo Dies risultano almeno due differenze: don Giovanni risulta essere in Ittiri e non assente come vuole la lettera di Obino; nella stessa lettera Obino dice che gli ittiresi dovranno “marciare immantinente alla volta di Oristano” mentre i testi d’accusa dei Serra, Tola e Dies affermano che gli ittiresi marciarono alla volta di “Semestene o nel luogo detto “su litu de Sant’Antoni”; questo potrebbe far pensare che l’Obino sia partito da Oristano il 10 quando ancora l’Angioy non aveva levato il campo. Giunto a Ittiri il 12 quindi scrisse la lettera al Sotgia-Mundula nella convinzione che l’Angioy stesse ancora aspettando la risposta viceregia: infatti dice che ha inviato gli armati a Oristano, ma essendo stato aggiornato della situazione dirige uomini a Semestene dove prevede che vada Angioy. Mentre ai cavalieri ittiresi che pure erano all’oscuro dei fatti disse che si andava a Semestene, ma avendo l’Angioy scelto le “tappe dei Dragoni” mancò l’appuntamento a “su litu de Sant’Antoni”. Ugualmente l’assenza di don Giovanni è verosimile nel momento in cui Obino scrive la lettera, in quanto la moglie non stava bene in salute, ma non vi è dubbio che fu lui assieme al padre a radunare la gente ed a gridare con gli altri gli epiteti contro il “re fava”.

Da Thiesi Angioy il 14 scrisse lettere ai suoi più fidi seguaci tra i quali don Giovanni Serra chiedendogli di raccogliere “prontamente quella compagnia di scelti, e bravi patriotti, e radunati farli andare al ponte nuovo sotto scala di Gioca verso le quattro per le cinque della sera, a qual ora passerò io per entrare a Sassari”. Ancora, grazie al Mundula che aveva occultato la posta in arrivo da Cagliari, i Sassaresi non sapevano o non avevano la certezza degli ultimi trascorsi oristanesi, così l’Alternos entrava in città scortato dagli armati d’Ittiri e Uri, e secondo il Madau Diaz, di Sorso, di Ossi, Tissi e Usini, che incoraggiavano la gente ad applaudire ed esaltare il suo ritorno.

Convocati i suoi amici più leali per discutere sulla drammatica situazione e scartata la resistenza che avrebbe portato ad ulteriori e inutili spargimenti di sangue, Angioy scelse l’esilio. La sera del 16 si imbarcò da Portotorres con Gioacchino Mundula ed un manipolo di fidi seguaci alla volta di Genova e, dopo aver peregrinato per molte città italiane, sfiduciato e deluso dal suo Re, giunse in Francia. Povero e malato morì a Parigi il 22 febbraio 1808.

Le giornate di Oristano si rivelarono fatali per quel giudice Angioy schietto, raf-finato, intelligente, onesto ma che niente conosceva dell’arte della guerra. Devoto servitore del Re, indeciso e impreparato ad affrontare una eventuale guerra civile, osava ugualmente superare il suo limite e quello del suo territorio. Esemplare era la spontaneità e la bontà d’animo di questo nobile Signore che avrebbe potuto starsene a casa a curare il suo grande patrimonio o come altri mediocri andare alla corte di Torino, ma preferì essere il paladino dei sardi che volevano affrancarsi dal Feudalesimo. Nella ritirata da Oristano uno dei suoi, come scrive Vittoria Del Piano, lo vide marciare in mezzo ai dragoni e piangere a dirotto sino al ponte di Tramatza.

Il vicerè Vivalda, senza perdere tempo, mise in moto la macchina punitiva ed inizò la spietata caccia agli angioyani: delegò il tempiese giudice della Reale Udienza don Giuseppe Valentino-Pes ad imbastire un processo contro Angioy e chi con lui aveva cooperato a “sedurre” i sardi del Capo di Sopra alla ribellione. Centinaia i carcerati in attesa di giudizio, di tutti i ceti sociali, i più fortunati subirono l’esilio, ricercati quelli che si erano dati alla macchia. I meno fortunati subirono tortura, impiccaggione, decapitazione e vilipendio del corpo.

Tra la fine di luglio ed i primi di agosto del 1796, convinti di usufruire del perdono regio, l’avvocato Gavino Fadda, Antonio Vincenzo Petretto, Quirico Spano ed il giovane Giuseppe Mundula figlio di Gioachino rientravano in Sardegna a bordo di un veliero francese ma, nelle acque di Bonifacio, venivano arrestati dai piemontesi. Costretti prima nella Torre dello Sperone di Alghero vennero poi tradotti alle carceri di San Leonardo di Sassari quali sostenitori ed agenti della rivolta. I fratelli Muroni di Bonorva, anch’essi fuoriusciti ed esclusi dall’amnistia, si davano alla macchia assieme ai sassaresi fratelli Petretto ed al ricercato Cosimo Uleri (Auleri o Aureli) di Alghero. I latitanti apparteneveno alla frangia repubblicana più estrema e volevano liberasi dei feudatari e della monarchia con qualsiasi mezzo. Si muovevano in gruppo e cercavano di reclutare gli scontenti di tutti i villaggi con lo scopo di tentare un’irruzione su Sassari, liberare gli amici patrioti e forse assumere il governo della città.

Intanto i baroni rientravano nei loro feudi ed i controrivoluzionari favoriti dal governo riassumevano i posti di comando. La situazione politica isolana stava gradualmente tornando alla normalità e quindi si ordinava alle comunita implicate nella rivolta di rinnegare le idee dell’Angioy e di firmare atto di sottomissione al re e al feudatario.

Forse questa era la normalità che il re intendeva quando nel febbraio dava il grado e il potere di Alternos a don Giommaria. Forse tutto era opera del governo che da allora, come vuole il Cherchi Paba, aveva pianificato Angioy e le sue pedine, seguendone le mosse e fermando i “motori” dell’insurrezione al momento più opportuno.

Nel primo pomeriggio del 12 di agosto del ’96 don Vincenzo Serra e suo figlio Giovanni, venuti a conoscenza che in Ossi la notte prima uno squadrone di dragoni aveva messo a soqquadro il villaggio e, con la complicita del più volte citato Nicolò Pinna, aveva catturato l’angioyano don Francesco Virdis-Sequi di Cossoine, mossero da Ittiri con più di 30 uomini per dar man forte agli ossesi. Giunti nei pressi del villaggio seppero o si resero conto che le forze governative erano state rimpinguate da Sassari, per cui i Nostri vista l’esiguità delle loro forze rinunciarono all’impresa. Rientrati a Ittiri i Serra ed i loro amici radunarono più di duecento armati che, “divisi in diverse compagnie gli facevano ora restare per le entrate della Villa or batter pattuglia dentro le medesime”, quindi mandarono in avanscoperta l’ossese Antonio Uneddu. Rientrato a Ittiri Uneddu “accertava” don Vincenzo che i governativi sarebbero venuti nella villa, per cui questi diede nuovo ordine “di far vivo fuoco, opporsi, e resistere alla narrata forza”. Lo stato di allerta, secondo i testimoni d’accusa a carico di don Giovanni Serra “e più”, continuò per quindici giorni ma fortunatamente la truppa regia quella volta non prese la via per la vicina Ittiri.

Da Sassari, ancora più imperioso, il conte d’Ittiri e barone di Uri don Antonio Ledà, nonostante la sentenza favorele ai vassali del 1791, insisteva nel pretendere i diritti baronali nella solita e iniqua maniera.

Il 14 agosto del ’96 più di cento persone si erano ammassate davanti alla casa comunale d’Ittiri, erano venuti anche gli uresi poiché i Sindaci e le rispettive giunte dovevano firmare l’atto di “sottomissione” al re ed a don Antonio Ledà. Tutti volevano seguire gli sviluppi di quella riunione. Il Sindaco d’Ittiri Pietro Delogu Are, riconoscendo i danni causati dai vassalli, chiedeva al vicerè che il conte in quell’occasione non interferisse chiedendo il rimborso, almeno sino all’apertura delle Cortes dalle quali credevano potesse scaturire beneficio per le comunità. Inoltre i sottomessi vantavano credito nei confronti del Ledà per gli abusi e le malversazioni per le quali era stato condannato pecuniariamente, quindi nell’elencare i tributi segnalavano “estos son los dacios que conossen ser incontrovertibles pagarse á dicho feudatario.”

I vassalli tutti, “arjiosos de la Iusticia,” supplicavano che le loro colpe e negli-genze venissero esaminate con intervento di un “Delegado Consular”la cui rela-zione si allegasse a quella dei ministri di giustizia del conte. Tra i firmatari del documento vi erano i soliti irriducibili don Vincenzo e don Giovanni Serra, don Antonio Michele Ferrà-Serra, Antonio Pes, dottor Tola, Cav. Dies, don Agostino Guttierrez-Are, don Antonio Pasquale Delogu-Manunta ed altri, che non avevano per niente intenzione di sottostare alle ingiustizie del feudatario e ancora spera-vano in un rientro in forze dell’Angioy. Tuttavia le speranze di quei vassalli erano mal riposte: Angioy rimarrà in esilio ed il conte riprenderà il pieno potere sul feudo e per rifarsi dei danni nel 1797 li costringerà a pagare il doppio donativo.

Intanto Uleri, i Muroni e i Merella ed gli altri estremisti alla macchia continuavano a reclutare uomini per l’impresa di Sassari. Essi erano molto legati agli ittiresi e ancor più alla Casa Serra, perché ne conoscevano l’indole e, quindi, sapevano di trovare in quel grande serbatoio antifeudale valido appoggio al loro progetto.

Tra il 6 e il 7 di quello sfortunato settembre del ’96, in una mulattiera posta nella prima periferia d’Ittiri (oggi via Antonio Manca), il teologo Serra incontrava Cosimo Uleri il quale gli consegnava una lettera. Uleri ben conosceva il Serra e le mulattiere di quelle contrade, frequenti erano le visite ai parenti e le presenze ai battesimi dei rampolli dei suoi amici ittiresi. Attorno al 13 nelle vicinanze della chiesetta campestre di San Maurizio, in sa Arzola de Mariotu, terra d’Ittiri, Uleri ed i fratelli Giovanni Antonio e Giommaria Merella s’incontrarono con don Giovanni Serra, dottor Tola, cavalier Dies ed il prete Serra. Due o tre notti prima della mancata incursione Uleri, il Merella e il bonorvese Salvatore Muroni, al seguito di una trentina di cavalieri, giunsero al patio della grande casa di don Vincenzo nella quale abitava pure don Giovanni. I tre vennero accolti con “gioja e allegrezza” dai padroni di casa ai quali un attimo dopo si unirono il Ferrà il Dies ed il Tola. Motivo dell’incontro era la richiesta di “non meno di duecento uomini” i quali portatisi a Campu di Mele, nei giorni seguenti avrebbero incon-trato gli armati delle altre ville.

Gli ittiresi risposero che “senza meno” lo avrebbero fatto e “se non ne avessero duecento sarebbero andati essi con quei del loro partito”. La mattina seguente don Vincenzo e gli altri andavano per le case a cercare volontari ma, essendo giunto ordine viceregio di accorrere quei miliziani alla difesa di Sassari, non poterono trovare che pochi uomini. Don Vincenzo e gli altri comunque fecero in modo che Ittiri rimannesse neutrale e non obbedisse all’ordine viceregio. Non sappiamo se poi questi pochi ittiresi reclutati dai Serra andarono all’appuntamento di Campu di Mele, sappiamo però che il 16 di quel settembre nella vigna di certo Leonardo Pais si aspettavano gli uomini per quell’effetto. Il tentativo fu un fallimento totale, respinti e sbaragliati gli assalitori si dettero alla macchia e, unendosi ad altre bande, scorrazzarono per tutto il Logudoro e dettero filo da torcere ai govenativi.

Tra le cinque e le sei del mattino del seguente giorno 29 il fattore del conte, notaio Raimondo Masala e Stefano Querenti indicarono la via ad una compagnia di soldati del Reggimento Sardegna che, al comando dell’ufficiale Carboni, irruppe nel paese e catturò don Giovanni Serra, l’avvocato Giovannangelo Tola ed il cavalier Giacomo Matteo Dies. Tradotti a Sassari i tre vennero rinchiusi in quelle stesse carceri alle quali volevano dare assalto. L’indomani don Giovanni, scortato da un picchetto di soldati, venne portato alla sua casa di Sassari posta nella carrera Longa del rione di San Nicola, dove il giudice Valentino effettuò il primo interrogatorio; riportato in cella, lo stesso giudice il 5 ottobre lo rinterrogò ma il Serra senza niente aggiungere confermò quanto già detto. Don Giovanni aveva dichiarato, tra le altre cose, che il Ledà-Manca aveva intenzione di avvalersi dei suoi beni e di quelli dei suoi amici carcerati per ripagarsi dei danni subiti. Il tempiese, dirà don Giovanni 15 mesi dopo in una supplica al Re: “ebbe a dire che la nostra detenzione dovea piutosto considerarsi un preservativo, non mai colorirsi sotto l’ombra di pena” invece cercava tutte le maniere di accelerare la procedura e di farli condannare.

Il 16 ottobre 1797 moriva Vittorio Amedeo III e saliva sullo stesso trono il figlio Carlo Emanuele IV.

Nei primi giorni di gennaio del ’98 ancora Valentino non aveva reperito i testi dell’accusa e segnalava al vicerè che “il procedimento Criminale” dei tre Ittiresi era in fase di stallo “poiché essendo egli un Cavaliere benestante, e prepotente, che ha molti stretti parenti, ed amici tanto in questa Città, come in detta Villa, i quali segretamente con minaccie di morte hanno incusso del terrore in quelle persone, che erano informate dei di lui misfatti, acciocché non testificassero”. Quindi il Valentino da buon poliziotto in quei giorni decise di liberare il campo dai disubbidienti: don Vincenzo e sua figlia Marianna agli arresti domiciliari in Sassari, il Professor Gavino Serra suo genero in carcere a Castelsardo; don Antonio Michele Ferrà-Serra, don Antonio Michele Guttierrez-Ferrà, Antonio Pinna-Mundula, Gian Tommaso Are-Dies, don Giommaria Delogu Solinas (Delogu-Tedde) ed il cavalier Gavino Sussarello-Simula furono ugualmente purgati con il confino in Sassari. Anche l’Obino che, secondo il Cherchi Paba, dal giugno del ’96 riparava in Ittiri dai Serra, rientrava dai suoi parenti a San-tulussurgiu. Pulita la piazza e con il generoso aiuto del già citato notaio Masala, il Valentino riuscirà a coinvolgere dieci leali, casti e morigerati personaggi, quali uno di Ossi, uno di Buddusò, due di Sassari e sei ittiresi.

I testimoni dell’accusa furono ascoltati tra gennaio e marzo del 1798. Essi erano: Nicolò Pinna di Ossi, del quale abbiamo già detto; Antonio Serra di Buddusò, conciatore di anni 32; Speranza Uzanu di Sassari moglie del buddusoino, di anni 27; Antonio Ignazio Uzanu di Sassari di anni 19, apprendista conciatore e fratello di Speranza; Francesco Mulas di Ittiri scarparo di anni 28, genero di Stefano Querenti, già teste d’accusa nel marzo del ’95 nel processo al cavalier Giacomo Matteo Dies e poi nel luglio del ’97 nel processo contro il teologo Serra; Giuseppe Querenti d’Ittiri di anni 25, già teste d’accusa insieme al padre Stefano contro il cavalier Dies e poi del teologo; Tommaso Del Rio d’Ittiri, agricoltore di anni 27; Michele Sanna d’Ittiri, agricoltore di anni 25; Gavino Frassu agricoltore d’Ittiri di anni 28 per 29, già teste d’accusa assieme al fratello Giovanni contro il cavalier Dies; Stefano Querenti agricoltore d’Ittiri di anni 60, già teste d’accusa nel 1795 contro il cavalier Dies e poi del teologo, suocero dello scarparo prima citato.

Don Vincenzo, non più giovane ma forte ancora, era inquieto nel vedere i suoi figli e la sua famiglia disastrata da questi eventi. Ancor più furioso, in seguito alle deposizioni di quelli che considerava sos ispiones, pur se costretto in Sassari, coinvolgerà tutto il villaggio nella rappresaglia: Il buddusoino con la moglie ed il cognato avevano subito riparato a Sassari, pure il notaio Masala tirapiedi del Valentino rimaneva in Sassari, mentre gli altri furono facile vendetta di don Vincenzo.

Nella Pasqua seguente di quel ’98, la mattina del giorno 8 di aprile lo scarparo Francesco Mulas passava per la via di “certo Domenico Savigliano” (via Adelasia) e fu provocato verbalmente da don Vincenzo e dagli amici, armati di tutto punto. Questi erano don Giommaria Delogu-Tedde con il cognato Antonio Pinna-Mundula, Antonio Michele Guttierez-Ferrà, don Giommaria Ferrà-Virdis, Gian Tomaso Are-Dies, don Francesco Giuseppe Guttierrez-Are e don Giuseppe Diego Guttierrez-Delogu, i quali tentarono persino di ammazzarlo ma, per la prontezza che il Mulas ebbe nell’imbracciare lo schioppo, non riuscirono nell’intento. Poco dopo l’ora di pranzo mentre lo stesso gruppo traversava la carrera Manna (via Roma) una fucilata colpiva nel mezzo e toglieva la vita al giovane don Giommaria Delogu, da poco sposato e padre di un bimbo di sette mesi. La reazione fu tempestiva, gli amici e parenti dell’ucciso con altri della loro fazione capeggiati da don Vincenzo e dal nipote Ferrà-Serra, il cavalier Gavino Sussarello-Simula, Giovanni Antonio Satta-Satta e don Giuseppe Diego Guttierrez-Delogu andarono alla ricerca del Mulas e di quelli che avevano venduto la libertà dei carcerati. Lo scarparo si era nascosto in casa della suocera, diedero fuoco alla casa e lo colsero in pieno nell’atto di uscire. Andarono poi a cercare l’amico dell’ucciso Michele Fadda “cinci” e, dopo aver perquisito varie case, lo trovarono nascosto nella cantina di Pietro Saba, chiamarono allora un “piccapietre per far brecie ed agevolare il colpo di ammazzarlo, come riuscì” e, infine, incendiarono pure la casa. Si diressero subito all’abitazione di Gavino Frassu “per trucidarlo” ma non lo trovarono. Cercarono poi i “Cherenti” ma questi “presero ambi due la risoluzione di evadersi per scansare i pericoli della vita,” quindi distrussero quanto di loro trovarono nelle abitazioni. Infine usarono lo stesso trattamento alla casa di Tommaso Deriu “per essersi anch’egli evaso”. Quando sembrava passata la furia Gian Tommaso Are volle distinguersi e giunto sotto casa di Raimondo Masala, gridava: “fora su preideru //cioè il fratello // e totta sa raighina”.

Il giorno dopo si diressero “in quadriglia” dai parenti dei fuggitivi ed inveirono contro di loro, giunti però dai famigliari dei “Cherenti” la collera sembrava aumentare e persino li picchiarono, spalancarono le porte delle loro case distrutte e ordinarono che abbandonassero il paese. La folla si accalcava nuovamente alla casa del Masala e, “se non si fosse frapposto il clero”, avrebbero compiuto un massacro: pretendevano che il fratello del notaio “assiem’alle sorelle entro il corso del giorno dovesse abbandonar la casa, ed il patrio suolo”. Infine imposero l’esilio anche a Giommaria Cadoni già fattore baronale prima del Masala, nonché suo parente.

Il notaio Raimondo Masala bene impersonava la parte dell’informatore dei governativi, scaltro e attento calcolatore asservito alla Casa Ledà nonché al Valentino, era acerrimo nemico di don Vincenzo e della sua famiglia. Già abbiamo detto che nel settembre favorì e partecipò all’arresto dei tre ittiresi ed ancora, poco dopo gli eventi di quella sanguinosa Pasqua, firmò una supplica diretta al re chiedendogli d’intervenire in Ittiri con un distaccamento di soldati. Nella stessa supplica, tra l’altro si legge: “Mercè le cabale, che vanno oggi giorno usando i Congiunti de’ dittenuti, e mercè l’opulenza di essi acquistata per la maggior parte senza sudore, ma bensì dallo spolio sofferto dal feudatario”. Parole queste che sembrano uscire dalla bocca del Sauthier. Secondo una lettera del giudice Andrea Flores diretta al vicerè nel dicembre del 1794 il “Masala è pub-blicamente tenuto per birbo e protettore di birbi, e che sia tale, ne resta parimenti accertato da molti sassaresi” dove conviveva con certa Maria Giuseppa figlia del “notajo Antonio Piria, moglie questa di Antonio Tealdi” con la quale “ha fatto due figli.” Il notaio si accompagnava sempre con i “bravi” nipoti Giovanni Luigi Meloni e Antonio Cadoni: il primo aveva ucciso un uomo “nella pubblica strada e dopo commesso tal delitto neppure s’assentò”; il secondo, figlio del citato Giommaria già fattore del conte, era stato visto con il servo Antonio Simula dai barracelli nell’atto di scardinare la porta del magazzino del rettore e quando questi per fermarli diedero la voce “al Re”, loro risposero “con due archibugiate”. I delitti rimanevano impuniti in quanto i due erano sotto la protezione del notaio fattore e questi a sua volta era il protetto del signor abate don Giovanni Battista Ledà-Manca fratello del conte. Nel chiudere la lettera il giudice Flores consiglia-va il vicerè di trattenere il Ledà a Sassari, di confinare a Castelsardo il Masala e, allo stesso tempo, imbastire un processo per quest’ultimo: “e vedrà l’Eccellenza Vostra, che cesserà subito in detto villaggio ogni ulteriore disordine”.

In seguito ai clamorosi fatti della Pasqua del ’98 don Vincenzo ed i suoi furono nuovamente allontanati dal paese. Il vicerè ordinò al Valentino che don Vincen-zo non sia “molestato” sino a nuovo ordine ma, ugualmente, chiese al giudice di indagare ed aggiornarlo sugli sviluppi, in conseguenza dei quali deciderà il da farsi. I capi d’imputazione a carico di don Vincenzo erano quasi gli stessi per i quali furono carcerati suo figlio e gli amici Dies e Tola per cui, nella paura di seguirne la sorte, dal maggio successivo si rese latitante assieme al nipote don Antonio Michele Ferrà. L’istruttoria a carico dei dodici ittiresi fu interrotta nel settembre del ’98 per volere del vicerè. Essi erano: don Giovanni Serra-Salis, avvocato Giovannangelo Tola-Caddeo, cavalier Giacomo Matteo Dies-Delogu in quanto “Capi Principali, ed agenti dell’insurrezione”, come pure risultano essere “seguaci dei suddetti Capi, e d’aver anch’essi cooperato al medesimo fine, in va-rie occasioni, e colle parole, e colle opere” Antonio Pes, Antonio Filippo Orani, Antonio Filippo Faedda, Giovanni Battista Faedda, Giovanni Fadda, Giovanni Filippo Fiori e don Francesco Giuseppe Guttierrez-Are. Il Nostro don Vincenzo Serra-Delogu venne inquisito in contumacia assieme al nipote don Antonio Michele Ferrà per gli stessi reati ascritti a don Giovanni.

Nel dicembre del 1798 il re Savoya lasciava Torino in mano alle armate di Na-poleone e, nel marzo approdava a Cagliari. La permanenza del Monarca nell’isola contribuiva alla “normalizzazione”, e soprattutto con il pregone dell’aprile del 1799 definiva la supremazia dello stato assoluto nei confronti del feudalesimo.

Disperati, battuti e stanchi, i vassalli d’Ittiri e Uri persistevano nella costosa lite sugli abusi dei Ledà: agli inizi del luglio ‘99, avvicinandosi il tempo delle messi, ritenendo di aver pagato in eccesso le spettanze del feudatario, inviavano ancora una supplica a Sua Maestà e chiedevano l’esenzione dei tributi feudali per tutto il tempo che rimaneva accesa la lite col Ledà. Le preghiere dei poveri villici come al solito non furono esaudite. Tuttavia Carlo Emanuele IV, con Carta Reale del 18 settembre 1799, istituiva in Cagliari una delegazione per appianare la vertenza con il feudatario, per cui la giunta comunitativa ittirese incaricava il Sindaco Antonio Francesco Tedde-Depani ed il cavalier Giacomo Matteo Dies, da poco tornato in libertà, di argomentare e discutere la difesa della comunità.

Nel novembre di quel ‘99, stremate e ormai distrutte economicamente, ancora una volta, le due ville si rivolgevano al Sovrano perché condonasse almeno per quell’anno il doppio donativo, ma ottennero risposta negativa.

Intanto la delegazione regia, tra opposizioni e contestazioni di ambo le parti, portava a temine i lavori di elencazione di ciascun capo di reddito con annesso peso feudale ed emetteva sentenza l’8 aprile 1801. Il Monarca prendeva atto della sentenza della delegazione, che null’altro aveva fatto se non ribadire i diritti già codificati a salvaguardia dei vassalli e, imponendo perpetuo silenzio ai litiganti, ne dava esecutività con Carta Reale in Napoli il primo di agosto del 1801. I vassalli erano ancora una volta delusi e scontenti: il conte non aveva restituito i denari incassati in più sulle maggiorazioni dei pesi arbitrariamente imposti, nè le spese processuali sostenute nelle liti a loro favorevoli, inoltre ritenevano che la delegazione regia avesse tenuto invariati e troppo esosi alcuni capi di reddito, per cui le due comunità riaccendevano immediatamente la lite.

Ugualmente le vicende degli ultimi anni del Settecento portarono i Serra ad un declino della potenza economica ma non solo, essi pagarono amaramente per aver tenuto fede sino alla fine, fermi nei loro propositi ideali di una Sardegna libera e repubblicana: quando l’Alternos entrava a Sassari nel lontano febbraio del ’96 don Vincenzo e suo figlio gridavano per le vie del paese che quello “era il tempo opportuno di scuotere il giogo, ed acquistare la libertà, come in Francia, mentre non volevano riconoscere ne Re, ne feudatario, essendo questo l’oggetto della venuta d’Angioy suddetto nell’indetta Città, cioè per sistemare la Repubblica e piantar per ogni dove del Regno l’albero della libertà”. A questo credettero i Serra e questo credetterro gli ittiresi. Si fecero coinvolgere nell’avventura di Angioy ma Angioy...

Don Vincenzo muore in Ittiri il 30 novembre 1803.

Don Giovanni muore in Ittiri il 21 maggio 1802.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La volonta dei vassalli d’Ittiri e Uri di voler diventare ville reali è ben manifestata nei Doc xy01, 02, 04, 05, 06, 07, 08, 09. Cfr. altresì G. Vulpes, I Signor del fuedo, cit., pp 45-81. Sulla Supplica al conte di Calamandrana Cfr altresì, G. Doneddu, Società rurale e rivolta nelle campagne, in la Sardegna e la rivoluzione francese, cit., p.51

Sugli abusi perpetrati dai Ledà e sulle liti che ne seguirono vedi i documenti xy01-02, 04-06, 10, 16, 18-19, 22, 24-27, 34-35, 49-54. Cfr. altresì: S. Pola, I moti delle campagne di Sardegna dal 1793 al 1802, vol. primo, p. 61; F. Cherchi Paba, Don Michele Obino, cit., p. 50; G. Doneddu, Ceti privilegiati e proprietà fondiaria nella Sardegna del secolo XVIII, pp. 317-20; G. Vulpes, I Signori del feudo., cit. pp.45-81.

Sul doppio donativo corrisposto dai vassalli vedi i documenti xy52 e 53.

L'interessamento del ministro Bogino e del suo delegato Mameli alle sorti dei vassalli d'Ittiri e Uri risulta nei documenti xy01, 02, 04, 05, 06, 07, 08, 09.

Sulle motivazioni che nel 1770 determinarono il possesso della baronia alla Casa Ledà Cfr. altresì, G. Vulpes, I Signori del feudo, cit., pp.45-81

Sulla transazione per la quale i Ledà in ultima analisi ottennero il possesso della baronia d’Ittiri e Uri e ne furono ingniti persino del titolo di conte si veda ASC, Regio Demanio Feudi, vol.XI, Consegnamento Feudale fatto per parte del Signor Don Gerolamo Ledà, conte d’Iteri dal Notajo Signor Bardilio Pilia di lui Procuratore coerentemente alla Carta Reale del primo ottobre 1768, per l’Investitura feudale, ff.18-39. Il documento èstato pubblicato interamente da G. Vulpes, I Signori, cit., pp.115-143 .

La sovvenzione concessa al Consiglio Comunitativo da don Vincenzo nel 1775 per supplire alle spese pocessuali della lite contro i Ledà risulta nel documenti xy11.

Sul decesso di don Gerolamo Leda-Vaca vedi in ASDSS, Arcivescovile, Quinque Libri, Sassari, San Sisto, Def. 1741-1800, f. 254.

Sulla “trappola” cagliaritana nella quale cadde l’Alternos Cfr. L. Del Piano, Giacobini e Massoni, cit., pp.11-13. Cfr. altresì: D. Scano, La vita e i tempi di Giommaria Angioy, cit.; G. Doneddu, Società rurale e rivolta, cit.; G.Madau-Diaz, Un Capo Carismatico, cit.; V. Lai, La Rivoluzione sarda, cit.; V. Del Piano, Giacobini Moderati, cit., ad altri ancora.

Sulla lite che vide i Ledà schierati contro i Carrillo, i Trelles e, infine, i Marchesi di Valdecan-zana loro discendenti, nonché sull'ingerenza del Regio Fisco Patrimoniale per l'ottenimento del feudo d'Ittiri e Uri vedi G. Vulpes, I Signori del feudo, cit., pp.45-81.

Dall’Archivio della chiesa di San Giacomo di Sassari, nel “Libro degli Impiegati ed Ufficiali della Venerabile Arciconfraternita di Orazione e Morte dal 1740 al 1841” risulta che don Vincenzo fu confratello nel 1764.

Su Raimondo Masala notaio, fattore del conte e filogovernativo sappiamo che nacque in Ittiri il 14.11.1736 da Nicola Masala-Mula e Maria Caterina Calvia-Dettori coniugi ittiresi. Discendente per parte materna dai notai Tavera e Calvia, Raimondo esercita la professione in Ittiri negli anni 60 del Settecento. Si trasferisce a Sassari al servizio della Casa Ledà ma, in seguito, rientra a Ittiri per sostituire nel ruolo di fattore baronale il parente Giommaria Cadoni. Aggiungiamo che suo fratello Baingio negli anni 1794-95 fu teste dell’accusa nel processo che vedeva don Antonio Ledà-Manca beffeggiato ed ingiuriato dal cavalier Giacomo Matteo Dies. Raimondo muore in Ittiri il 2 ottobre 1807. Vedi ancora i documeti xy24, 38, 41, 44, 48

Riguardo a Stefano Querenti ed al figlio Giuseppe (di professione testi d’accusa), a volte chiamati Canu oppure Canu Querenti ed oggi Carenti, sappiamo che un Tommaso Querenti Cano aveva sposato nel 1741 la donzella Antonia Sussarello-Silay, figlia del cavalier Stefano appar-tenente questo al ramo povero della illustre Famiglia ittirese. Da questa coppia nacque Stefano sopra citato che sposerà in Ittiri nel 1766 Antonia Delogu d’Ittiri, da cui , tra gli altri, nascerà il Giuseppe Querenti prima citato. Questi riscontri genealogici verranno meglio chiariti nella prossima pubblicazione dove sarà compreso l’“albero” Sussarello”.

Sull’episodio di Ossi vedi i Doc xy36 e 38. Cfr. altresì Sebastaino Pola, I moti delle campagne, cit., vol. secondo, pp.27-29. e Bartolomeo Porcheddu, Storia di Ossi e del suo territorio, pp.83-84.

La genealogia dei Virdis che ottennero il Cav. Ered. e la nobiltà nel 1734 con un Salvatore di Cossoine sarà compresa nel lavoro di mia prossima pubblicazione. Comunque diremo che don Francesco Maria Giuseppe Virdis-Sequi nacque a Cossoine il 25.11.1765, sposava in Ossi il 14.2.1784 la Señora Maria Maddalena Virdis-Delogu di Ossi, figlia di Gavino Virdis-Diaz di Ossi e di Caterina Delogu Dejana-Ferrà d’Ittiri. Rimasto vedovo rientra a Cossoine dove sposerà il 19.9.1796 Giovannangela Scodino-Deliperi, nata in Cossoine il 22.11.1757 dal Dr. Emanuele Scodino-Pinna di Cossoine e donna Maria Giuseppa Deliperi-Rugiu di Bonorva.

Sull’“esplorazione”, “viaggio” o “marcia”dell’Alternos da Sassari Cfr.: G. Manno, Storia Mode-rna della Sardegna dall’anno 1773 al 1779, a cura di Giuseppe Serri, pp. 121-143; E. Costa, Sas-sari, vol.I, pp.331-353; D. Scano, La vita e i tempi di Giommaria Angioy, introduzione di Federico Francioni, pp.119-134; F. Cherchi Paba, Don Michele Obino, cit, pp.44-70; G. Madau Diaz, Un Capo Carismatico, pag.321-381;V. Del Piano, V. Del Piano, Giacobini e Moderati, cit, pp. 40-54.

Una sintesi della condotta antifeudale di don Vincenzo e don Giovanni Serra è contenuta in L. Del Piano, Giacobini e Massoni in Sardegna fra Settecento e Ottocento, Sassari 1982, pp.137-145. L'opera propone una relazione del giudice Valentino e di altri magistrati della repressione diretta al vicerè Vivalda. Il documento, tratto integralmente dall'ASC, Regia Segreteria di Stato e di Guerra, serieII, vol.1696, pur se datato settembre 1796, secondo il Del Piano esperto conoscitore della storia della Sardegna di quel periodo, è in realtà del settembre 1798.

Dalla interezza della relazione, che ben contribuisce a delineare l'ondata rivoluzionaria sarda della fine del Settecento, abbiamo estrapolato le parti che riguardano i provvedimenti penali adottati dal governo viceregio contro gli ittiresi. vedi il documento xy46

Sull'argomento Cfr. altresì T. Orrù, Le carte delle istruttorie e dei processi contro Angioy e di suoi seguaci, in La Sardegna e la rivoluzione francese, Atti del convegno “G.M. Angioy e i suoi tempi”, a cura di M. Pinna, edito nel 1990 alle pp.146-48. L’A. ripropone la relazione del Valentino al vicerè prima citata, sistema in ordine alfabetico il cognome degli angioyani coinvolti nel processo ed affianca ad ognuno il luogo di nascita ed una o piu lettere in stampatello maiscolo, corris-pondenti ad una leggenda dove elenca i reati commessi. Per quanto riguarda i 12 ittiresi (11 per Orrù, omette Giovanni Fadda) inserisce un nuovo capo d’accusa cioè quello di “occupazione di Oristano e saccheggio”. Nella totalità dei documenti da me consultati e molti di questi sono compresi in questo lavoro non ho mai rilevato quanto scritto dall’Orrù. Il saccheggio venne compiuto in Ittiri nell’agosto del 1795 ai magazzeni ed al palazzo del conte e poi nel marzo del 1796 quando demolirono e depredarono quanto vi fosse in quello stesso palazzo in Ittiri.

Sull’incontro tra Cosimo Uleri ed il teologo Serra possiamo dire che avvenne nella mulattiera posta tra il tancato di su Calarigarzu e quello di sa mandra de sa Giua. La mulattiera aveva accesso dall’antica Bia de Carru e si congiungeva in paese al quartiere oggi chiamato Orgosoleddu. Quindi il teste o meglio la spia stava nascosto dietro il muretto della mulattiera con le orecchie ben aperte.

Sul corriere Nicolò Pinna Cfr. F. Cherchi Paba, Don Michele Obino, cit., p.55.

Sull’incetta della farina vedi in ASC, Reale Udienza, vol.554, Cause Criminali, ff. 18 e ss. Cfr. altresì, V. Del Piano, Giacobini Moderati, cit., p.46.

La permanenza dell’Obino in Ittiri è stata ben documenta da F. Cherchi Paba, Don Michele Obino, cit., pp.98-106. Vedi inoltre il documento xy39.

Giacomo Matteo Dies-Delogu nacque in Ittiri il 6 gennaio 1744 dal cavalier Giantomaso Dies-Satta Artea di Florinas e donna Giovannangela Delogu-Solinas d’Ittiri. Insofferente agli abusi dei Ledà, repubblicano e “giacobino”: nell’agosto del 1794 tenta di sobillare gli ittiresi a non pagare i tributi al feudatario, al quale rifila una serie di ingiurie, satire ed insulti, per cui nel 1795 subisce persino un processo. Fervido angioyano entra a far parte del Consiglio Comunitativo e, tra il gennaio e il febbraio del 1796, assume il ruolo di “Pro Sindico”: in una delibera di quel perido attribuisce tutti i mali del Regno ai feudatari. Promotore e firmatario dell’“Atto di Redenzione” del marzo del 1793. Alleato del Nostro don Vincenzo e del teologo Antonio Luigi Serra, nonchè sostenitore di Cosimo Uleri, Salvatore Muroni e dei fratelli Merella. Carcerato nel settembre del 1797 con gli inseparabili amici Dr. Tola ed il Nostro don Giovanni Serra, viene posto sotto accusa nell’istruttoria imbastita dal Valentino in qualità di “capo motore” degli eccessi della rivolta tendente a destabilizzare il governo del Re. Tuttavia il 26 marzo del 1799 lo troviamo nel ruolo di padrino in Ittiri.

Giacomo Matteo aveva sposato in Ittiri il 20 marzo 1771 la ricca signora Pasquangela Are-Pinna d’Ittiri, nata l’8.2.1736 dal signor Francesco Giuseppe Are-Serra e signora Rita Pinna-Delogu coniugi ittiresi. Vedovo nel 1781, sposerà ancora in Ittiri il 3 settembre 1791 la nobile donna Antonia Luisa Guttierrez-Ferrà d’Ittiri, nata il 18.2.1761 da don Antonio Guttierrez-Are Serra e donna Angela Ferrà-Ventura coniugi ittiresi. Il 14 settembre del 1799 il Dies è libero e viene incaricato dal Consiglio Comunitativo (assieme al parente Antonio Francesco Tedde-Depani Sindaco d’Ittiri) di discutere davanti la Regia delegazione che dovrà stabilirsi in Cagliari il 18 di quel settembre, per regolare e porre fine alla ormai secolare lite tra i vassalli e il feudatario.

Il cavalier Dies muore in Ittiri il 14 aprile del 1801, sei giorni dopo la chiusura dei lavori della delegazione Regia. Vedi i documenti xy13-17, 19, 21-23, 25-27, 29, 31-36, 38, 41, 44, 46-48, 51.

Sul Dies vedi il profilo redatto da V. Del Piano in Giacobini Moderati, cit. p.206.

Su Giovanni Antonio Merella (Marella, Mareglias) aggiungiamo che nacque a Florinas attorno al 1760 e sposò in Ittiri il 10.8.1785 Maria Teresa Pes d’Ittiri, sorella di quell’Antonio che sarà processato dal giudice Valentino quale seguace di Angioy. Da questa unione nasceranno in Ittiri almeno tre figli: Antonia Luisa il 17.10.1786, Luisa il 10.3.1789 e Giovanni Battista il 7.6.1792. Giovanni Antonio assunse il ruolo di capitano della squadra barracellare ittirese l’11 agosto 1792 e si pose in contrapposizione agli sgherri del barone. Coinvolto con la frangia più estrema dei repubblicani aderenti ad Angioy sarà carcerato e subirà la tortura. Privato d’ogni tipo di ricorso od appello Il 29 marzo 1797, ci segnala puntualmente V. Del Piano, Giacobini e Moderati, cit., pp.281, 302-304, il Merella verrà “impiccato e, quindi, decapitato con esposizione della testa sul patibolo, il corpo bruciato e le ceneri sparse al vento ad opera del boia”.

Giovanni Antonio fu padre di un Salvatore che continuerà la linea dei Merella ancora fiorenti in Ittiri.

L’episodio del passaggio in Cea (Santa Maria de Sè) degli angioyani è giunto sino a noi nel ricordo degli anziani ittiresi.

Il R.do don Giovanni Battista Ledà-Manca nato a Bonorva il 2 aprile 1740, meglio conosciuto come l’abate di Paulis o il canonico Ledà, fu a capo dello Stamento Primaziale negli anni della rivolta. Questo personaggio, infierì con tanta animosità sui vassalli d’Ittiri che ancora oggi gli anziani del paese per memoria acquisita ne rammentano le gesta. Il vicerè, in seguito ad un “ricorso” degli ittiresi sulla pessima amministrazione della giustizia, inviava sul posto l’allora assessore criminale della Regia Governazione Andrea Flores-Porcu di Giave, poi giudice della Reale Udienza. Il 29 dicembre del 1794 il Flores spediva la relazione dell’inchiesta nella quale risaltava la figura di questo prete che nulla aveva di ecclesiatico: girava di notte armato, conduceva vita “licenziosa”, proteggeva il “prottettore di birbi” del villaggio e bighellonava la notte in compagnia di due “bravi armati che hanno fama di ladri”; ordinava di bella posta ai suoi servi di pascolare le pecore sue, quelle del fratello conte e quelle dell’altro fratello don Stefano marchese di Busachi (circa 10.000 capi), nelle vidazzoni per affamare quei disgraziati dei suoi vassalli; aveva persino cercato di sobbillare il popolo allo scopo di esautorare il Sindaco e la giunta ai quali addossava le colpe delle ingenti spese per lunghe liti contro il fratello feudatario. La relazione del Flores chiudeva nel consigliare il vicerè di far allontanare l’abate dal paese per almeno due anni se si voleva far tornare la pubblica quiete.

Per ingentilire il ritratto tracciato dal giudice Flores diremo che “l’abate” aveva intenzione di reinstaurare in Ittiri lo Ius Primae noctis, a lui fu dedicata una poesia del Poeta Giommaria Seche d’Ittiri dal titolo Su Male pubblicata nel 1989 da G. Vulpes, Monumenti, cit. alle pp.70-71.

Infine aggiungiamo che il buon abate ebbe un ruolo di primaria importanza nei fatti che portarono al fallimento del tentativo di soppressione del sistema feudale nell’isola. In ASC, Reale Udienza, Processo Angioy, vol. 554, f. 87, lo stesso Angioy ci fa sapere in un suo manoscritto datato Tiesi 14 giugno 1796, che il Ledà aveva preso parte ad una congiura ordita ad attentare alla sua vita. Cfr. altresì: G. Madau Diaz, Un Capo Carismatico, cit., pp.236-67, 266, 287-296; F. Sulis, Dei moti politici dell’isola di Sardegna dal 1793 al 1821, pp. 83-86-137-38; V. Lai, “Il Giornale” di Sardegna, cit., pp. 148, 357-358; G. Manno, Storia Moderna della Sardegna, cit., pp. 390, 516.

Vedi i documenti xy24 e 27.

Sul giudice Andrea Flores nato a Giave attorno al 1730 da Salvatore e Giuseppa Porcu coniugi di Giave possiamo dire che viveva a Sassari nel rione di Santa Caterina. Aveva sposato Elisabetta Pinna di Sassari, figlia di Giuseppe e Paola Maria Cossu coniugi sassaresi. Il giudice morirà a Sassari all’età di 82 anni il 16 marzo 1811.

Sul Sauthier reggente la Regia Governazione di Sassari Cfr. Salvatore Pola, I moti delle campa-gne di Sardegna, cit., vol. primo, alle pp.60-63. l’A. cogliendo alla lettera le parole del buon savo-yardo ci fornisce una ulteriore e ampia visione della situazione di degrado e malessere che vi era nella comunità ittirese. Il reggente pur riconoscendo che il feudatario riscuoteva i tributi con la mi-sura alterata diceva: “non era giusto privare il barone d’un diritto acquisito che lo avrebbe danneg-giato nel reddito; sugli abusi dei maggiori di giustizia: “faceva notare che il togliere l’amministrazi-one della giustizia al Barone per darla ai ministri regi o ad avvocati dotti e zelanti pagati con stipendio fisso, come avrebbero voluto le comunità ricorrenti, costituiva la massima stravaganza che si possa proporre in politica, poiché ciò tenderebbe a distruggere il governo feudale che è il miglior appoggio dell’autorità regia”; ed in fine quale grande umanista constatava:“il danno che sarebbe derivato alla Sardegna dall’aprirsi di scuole popolari che ad altro non servono che a distogliere i villici dall’agricoltura ed aprodurre maligni intriganti, scioperati e sfaccendati che non pensano ad altro che ad innovazioni, a criticare l’opera del governo, e, spesse volte, a dargli fastidi gravi. E continua osservando che più il popolo è ignorante più si dà alle solite occupazioni, meno ragiona e più rispetta l’autorità

Del ricorso delle comunità d'Ittiri e Uri del luglio 1793 e della risposta del “Santier” non è stato possibile nell’AST, trovare riscontro nell'originale. Sull’argomento si vedano tra gli altri: V. Lai, La rivoluzione sarda e il “Giornale di Sardegna”, p.291; F. Francioni, Sardegna e Rivoluzione Fran-cese nel fiume della “grande storia”, in “Ichnusa”, anno VI, n. 12, pp.57-61; P. Cuccuru, Geografia della "rivoluzione sarda", in La Sardegna e la rivoluzione francese, a cura di M. Pinna, p.166. Il profilo del Sauthier è stato ben delineato da V. Del Piano, Giacobini Moderati, cit., alle pp.451-52.

Sull'avvocato Giovannangelo Tola di Bortigali uomo di provata fede repubblicana, capitano nel 1794-95 della forte squadra barracellare ittirese schieratasi contro gli sgherri del conte, promotore e firmatario dell’“Atto di Redenzione” del marzo 1796, carcerato dal Valentino insieme al cavalier Giacomo Matteo Dies-Delogu e al Nostro don Giovanni Serra-Salis per l’affiliazione con Angioy, diremo meglio nel mio lavoro di prossima pubblicazione. Tuttavia segnaliamo che il “giacobino” nacque a Bortigali attorno al 1755 da Giovannangelo Maria e Caterina Caddeo coniugi bortigalesi. Si trasferisce a Ittiri in seguito al matrimonio del 22 giugno 1793 con la ittirese donna Giovanna Maria Ferrà-Serra, cugina questa del Nostro don Giovanni.

Sul Tola si veda il profilo che presenta V. Del Piano in Giacobini Moderati, cit. alle pp.531-32.

Osserva i documenti xy22-23, 26, 32, 34, 36, 38, 41, 44, 46-48.

Riguardo la compagnia barracellare si vedano i documenti xy12, 14, 15, 22-23, 29.

Sull’amicizia di don Vincenzo e del figlio don Giovanni con l’Angioy in ASC, Carte Non Classificate, Lettera dell’Angioy al vicerè Vivalda, Sassari 16 maggio 1796 si riscontra che i Serra si sono mostrati “molto attaccati alla mia persona”. Cfr. altresì V. Del Piano, Giacobini Moderati, cit., p.45.

Per quanto riguarda sa messèra e l'agricoltura in generale, come altre notizie, mi sono valso di Antonio Dore noto “In Trotza”, massaio oggi defunto, di Angelo Canu massaio, di Giovanni Porcheddu e Giuseppe Meloni zappatori, di Baingio Cannoni noto “s'ammassadore”e di altri, tutti d'Ittiri. Per memoria storica acquisita, questi anziani rammentano che il 16 di luglio (triulas)di un anno molto lontano (antigoriu) in Ittiri accadde una incresciosa disgrazia: un grande incendio distrusse i campi del grano ed una decina di uomini, fra tzappadores e massajos, nel tentativo di salvare il raccolto, morirono tra le fiamme. Da allora, per ricordare quell’evento, quel giorno verrà dedicato a Nostra Segnora ‘e su Carminu, nonostante massai e zappatori nella prima settimana di maggio onorino San Narciso loro protettore.

La Poesia del Seche dal titolo “Supplica in favore del fratello” che riferisce della punizione inflitta agli ittiresi durante il governo Angioy e le argomentazioni che riguardano la vicenda si trovano in G. Vulpes, Monumenti di parole, cit., alle pp.73-77. Nella stessa opera alle pp.39-79 sono contenute altre poesie ed il profilo del Poeta. Leggendo le opere del Seche si evince la personalità di questo uomo intelligente e sottile al quale niente sfuggiva di quello che accadeva intorno a lui, e lui era presente ai fatti narrati.

Sull’intervento punitivo ordinato dall’Angioy Cfr altresì: V. Lai, La rivoluzione sarda, cit., p.388; V. Angius, in G. Casalis, Dizionario, cit., vol.IX, p. 815.

Sul palazzo e le annesse carceri baronali in ACIt, Atti Consolari 1837-1853 troviamo le “Osservazioni ed avvertenze del Consiglio Comunitattivo del Villaggio d’Ittiri alla consegna di quel Feudo, fatta dall’attuale Feudatario Don Antonio Ledda Simo Carillo, presentata alla Regia Delegazione, sedente in Cagliari in conformità della Carta Reale 19 dicembre 1835”, dove al fascicolo primo, voce “Fabricati d’Ittiri” leggiamo: “Il palazzo Feudale d’Ittiri è diviso in due diversi quartieri, consistenti entrambi in dieci camere al piano supperiore; uno dei due quartieri, le cinque camere supperiori sono mediocremente visibili, nell’altro quartiere non vene sarebbero, che due mediocremente visibili le altre trè sono a tetto; dei magazzini otto del pianterreno di entrambi quartieri non veve sarebbe che uno commodo per potersi riporre granaglie, gli altri sette sono inservibili perchè mancanti di sternito. Deve notarsi che il Signor Conte Feudatario avrebbe lasciato di denunciare altri tre magazzini Feudali grandi, e buoni, che sono al latto dello stesso palazzo, ove ripone le granaglie Feudali. Uniti allo stesso palazzo vi sono tre cortili uno riservato per custodia del bestiame tenturato, gli altri due sebbene forniti di varie tenere di piante che al presente non danno fruto; il terreno si coltiva, ed il Feudatario gli affitta. Le carceri sono statte edificate dall’avo dell’attual Feudatario, nel terreno comunale e sono composte di tre diverse stanze due a volta, e l’altra a tetto che serve per l’alloggio del Custode, esse sono in statto che guastano la salute al delinquente per la grande umidità”.

Secondo la testimonianza di Silvio Cocco (Gonnostramatza 1894, Ittiri 1974) l’ultimo dei custodi: nel primo ventennio di questo secolo ancora nell’edificio vi era un piccolo stanzino completamente buio che nelle pareti mostrava gli anelli dove venivano incatenati i detenuti.

Riguardo all’assalto ai magazzeni e al palazzo baronale del dicembre 1795 vedi il documento xy29 mentre per l’abbattimento del palazzo avvenuto nel marzo 1796 vedi i documenti xy36 e 38.

L’ultimo “quartiere” rimasto dei magazzeni adiacenti al palazzo baronale di “carrera de sa Iscriania” (via Marconi) che aveva di fronte su Puttigheddu, comprende oggi due case di abita-zione: quella del fu Giuseppe Corda-Virdis e quella di Baingio Idda-Orani posta all’angolo con la via XXV Luglio.

Riguardo all’“Atto di Redenzione”, nel quale i vassalli d’Ittiri e Uri non più facevano richiesta di riscatto del feudo dalla Casa Ledà bensì dal Feudalesimo in toto, possiamo dire che pur se nella maggior parte del suo impianto di stesura è molto somigliante a quello redatto il 24 novembre 1795 dal notaio di Osidda Francesco Sotgiu Satta, su richiesta di 51 villici di Thiesi, 30 bessudesi e 27 di Cheremule, mostra almeno due rilevanti particolari differenze: dalla fine di novembre del 1795 alla metà di marzo del ’96, mutata la situazione politica nel Regno, è il primo “Atto di Redenzione” che, tra le autorità alle quali si giura obbedienza perfetta, menziona la figura dell’Alternos; contiene nella parte conclusiva una aggiunta in cui, ricordando il contributo delle ville logudoresi in occasione della disfatta dei baroni secessionisti sassaresi, avverte i tre Stamenti che prima di prendere alcuna decisione sulle risposte che verranno da Torino debba “esser inteso e consultato l’intiero Capo di Sassari e Logurodo”, e quindi Angioy.

A ben vedere sia il contenuto, il periodo di stipula, come pure lo straodinario numero di uomini (circa ottocento) che giurano di non riconoscere più alcun feudatario, fanno ritenere questo documento di chiara ispirazione angioyana.

In ultima analisi possiamo aggiungere che per il gran numero di villici a cui l’atto viene sottoposto e fatto manifesto il messaggio di ribellione, ben presto porterà quel gran serbatoio di armati nel mezzo del vortice dei moti antifeudali.

Il Documento è stato oggetto d’interesse di alcuni dei più autorevoli studiosi del periodo Angioyano quali l’Angius, il Pola, il Cherchi Paba, il Berlinguer il Madau Diaz ed altri, ma forse a volte per lo più travisato, sorvolato e confuso, non ha avuto la giusta considerazione.

Vedi il documento xy32.

Sul ripristino delle cariche nell’amministrazione pubblica in Ittiri, conseguenza del repulisti generale degli sgherri del conte, si veda ACIt., Atti Consolari, serie I, categoria 2, fascicolo 10, dal 2 febbraio 1792 al 31 gennaio 1806, Delibera dell’1 novembre 1795 e 3 maggio 1796 ai documenti xy30 e 33.

Don Antonio Michele Ferrà nacque in Ittiri il 12 giugno 1756 dal nobile don Giovanni Francesco Ferrà-Ventura e donna Isabella Serra-Delogu coniugi ittiresi. Apertamente antifeudale “giacobino”e repubblicano, fu Sindaco in Ittiri dal gennaio del 1795 al gennaio del 1796. Nipote e cugino di don Vincenzo e don Giovanni Serra, nonche cognato dell’avvocato Giovannangelo Tola-Caddeo.

Dopo la “ritirata” di Angioy da Oristano, consapevole di essere compromesso negli eventi della rivolta, affida una supplica al giudice Antonio Fois Vice Intendente della Regia Governazione nella quale rivela la paura di essere arrestato [dal Valentino] ed implora il vicerè di “ordinare che non sia molestato nella sua persona e beni”. Nell’aprile del 1798 il Ferrà viene proposto dal Consiglio Comunitativo ittirese alla guida della squadra barracellare ma la delibera viene bocciata dal “govierno”. Allora si rende conto che la supplica al vicerè non aveva sortito l’effetto voluto quindi, nel maggio seguente, si da alla macchia con don Vincenzo Serra: i due saranno inquisiti in contumacia dal Valentino nel settembre del 1798. Tuttavia l’8 ottobre dello stesso ’98 lo troviamo in Ittiri teste al matrimonio della cugina donna Giovanna Maria Ferrà-Mulas.

Dionigi Scano in La vita e i tempi di Giommaria Angioy alla p.146 propone una lettera di Gioachino Mundula, datata Bastia “marzo 1797” (in realtà è della metà di aprile) diretta al Console Belville, nella quale fra le altre cose Mundula scrive dell’avvenuta impiccagione di Giovanni Antonio Merella quindici giorni prima (29.3.1797) e poi ancora segnala: “la settimana scorsa doveano subire la stessa sorte Ferrà d’Osilo e un’altra persona della stessa villa”. Il Ferrà in questione è il Nostro Antonio Michele che aveva riparato dai parenti Dore-Manca d’Osilo di Osilo.

Si osservi in ASC, Regia Segreteria di Stato e di Guerra, Serie II, vol.1685, Avvenimenti politici dell’isola 1796, f.362. Lettera del Fois al vicerè. Il documento è privo di data e molta della corrispondenza non segue l’ordine cronoligico, probabilmente appartiene all’ultimo trimestre del 1796 o al primo del ’97.

La genealogia della Famiglia Ferrà sarà compresa nel mio lavoro di prossima pubblicazione.

Su don Antonio Michele si veda V. Del Piano, Giacobini Moderati, cit:, pp.219-220.

Vedi i documenti xy26, 27, 29, 34, 36, 38, 41, 42, 43, 46.

L’espressione “a tzoccu ‘e tumbarinu”, è ancora oggi in uso fra gli ittiresi, esprime il significato di marciare o trottare in maniera solenne e imperiosa.

Sulla presenza degli ittiresi alla presa di Sassari nel dicembre del ’95 Cfr., V. Lai, La Rivoluzione sarda e il "Giornale di Sardegna", cit., pp.145-46,346.

Le tematiche sulle vicende politiche che precedettero la resa della città di Sassari durante il periodo rivoluzionario della fine del settecento sono state ampliamente trattate da molti studiosi, per tutti si veda V. Del Piano, Giacobini Moderati e Reazionari in Sardegna, citato più volte.

La rappresaglia guidata da don Vincenzo contro i testi dell’accusa contro il figlio don Giovanni e gli amici Tola e Dies. risulta nei documenti xy40, 41 e 44.

Sulla latitanza di don Vincenzo si veda in ASC, Regia Segreteria di stato e di Guerra, Serie I, vol.988, ff.152-52v. Lettera del vicerè al Valentino, Cagliari 18 maggio 1798.

Vedi i documenti xy41, 44 e 45.

Don Vincenzo testava in Ittiri il 23 ottobre del 1802 “in podere” del notaio ittirese Cosimo Serra-Carta, il quale ne seguirà l’inventario e la divisione dei beni il 20 dicembre del 1804. Cfr. ASS, Atti Notarili, Sassari Ville, copie 1805, vol.I, ff. 72-89.

L’inventario dei beni di don Giovanni fu redatto dallo stesso notaio Serra in Ittiri il 18 giugno del 1802. Cfr. ASS, Atti Notarili, Sassari Ville, copie 1802, vol.II, ff.505-511v.

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