La strage comunista delle Foibe. Per non dimenticare.

Pubblicato il da Antonio Fadda

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Autunno 1943, le foibe istriane

All'indomani dell'8 settembre 1943, quando l'annuncio dell'armistizio porta alla rapida dissoluzione dell'esercito italiano e dello stesso sistema amministrativo statale, l'Istria vive il primo drammatico momento di infoibamenti.

Di fronte allo sgretolarsi della presenza militare italiana, i tedeschi occupano i centri nevralgici della Venezia Giulia (Trieste, Gorizia, Pola, Fiume) ma, per l'insufficienza delle forze a disposizione, lasciano temporaneamente libero il resto del territorio.

Nell'Istria interna si crea così un improvviso vuoto di potere, dominato dalla confusione e dall'incertezza, in cui si inseriscono due dinamiche diverse: da un lato, l'intervento organizzato delle formazioni partigiane slave, le quali assumono il potere «in nome del popolo» senza trovare resistenza; dall'altro, l'insurrezione spontanea dei contadini croati, che in alcuni centri s'impadroniscono delle armi abbandonate dai militari italiani sbandati e danno vita a una vera e propria jacquerie, con incendi di catasti e archivi comunali.

La prima dinamica è più facilmente ricostruibile. Le forze partigiane provenienti dalla Croazia, dipendenti dalla 13a divisione del novj (l'Esercito di liberazione nazionale di Tito), si congiungono con i nuclei di ribellismo locale e con unità slovene, occupano magazzini, depositi e caserme del Regio esercito ormai sguarniti di difese, asportano armamenti e materiali bellici di ogni tipo e stabiliscono il proprio centro operativo di comando a Pisino: da qui dipendono tutte le operazioni militari, politiche e di polizia.

Nelle località minori l'occupazione avviene in forme più sbrigative, in quelle maggiori assume invece modalità più complesse, che sottintendono un preciso
messaggio propagandistico in chiave politica e sociale: a bordo di corriere o di autovetture, requisite al Regio esercito, i miliziani slavi facevano il loro ingresso nel paese, agitando bandiere dai colori croati, a volte cantando inni e qualche volta anche sparando in aria.

Essi prendevano immediatamente possesso del luogo «in nome del popolo», occupando tutti gli edifici pubblici e militari esistenti. Nella piazza centrale si insediava il comando militare locale, il «Komanda miesta», che fungeva anche da ufficio di polizia.

Venivano subito esposti numerosi vessilli croati dai colori rosso, bianco e blu e qualche bandiera rossa, dipinti con vernice, grosse stelle a cinque punte e i simboli della falce e del martello, accompagnati da scritte inneggianti alla Croazia, alla Jugoslavia, a Tito, a Stalin.

La combinazione di richiami nazionalistici, motivi sociali e istanze politiche ben esprime il carattere distintivo del movimento partigiano jugoslavo.

L'appello alla comunità slava dell'Istria è fatto in nome di una promessa di riscatto che coniuga la lotta di liberazione nazionale contro gli italiani alla lotta di classe contro i padroni e alla lotta politica contro il fascismo.

Si tratta di una connotazione peculiare della strategia di Tito, che nell'area giuliana alimenta l'equazione italiano = padrone = fascista, con un processo di semplificazione efficace sul piano della propaganda ma dalle conseguenze devastanti per la comunità italiana.

L'occupazione dell'Istria da parte delle formazioni partigiane si intreccia con l'altra dinamica, più difficile da ricostruire per i tratti di spontaneismo che la caratterizza: l'insorgenza dei contadini croati. Parte della popolazione rurale slava vede nel crollo della presenza italiana l'occasione per vendicare i torti subiti nel Ventennio e dare sfogo alle rabbie represse.

Distruggere le tracce del controllo statale fascista, bruciare gli archivi dei municipi, cancellare la cartellonistica stradale, unirsi ai partigiani nei cerimoniali frastornanti dell'occupazione sono forme liberatorie attraverso cui si afferma un'identità negata.

È tuttavia improprio parlare di una vera e propria insurrezione popolare. Si tratta piuttosto di azioni spontanee, che si sviluppano nel quadro di confusione e di disordine seguito all'armistizio e che nell'arrivo dei partigiani slavi trovano l'atmosfera propizia per esprimersi.

Proprio da questo intreccio derivano le degenerazioni delle settimane successive:
le azioni di polizia contro i «nemici del popolo» decisi dal comando di Pisino sono un'indicazione di percorso sul quale si innestano le rabbie popolari, aprendo spazi di discrezionalità dove trovano posto le esecuzioni politiche mirate, ma anche gli odi personali e gli atti di criminalità comune.

Il fenomeno «foibe» del settembre-ottobre 1943 si inserisce in questo contesto
storicamente definito: un trapasso cruento di poteri nel corso del quale la cessazione formale delle ostilità tra eserciti fu ben lungi dal sedare le conflittualità profonde, e anzi segnò il momento in cui la violenza – una violenza che era divenuta lo strumento di elezione per la risoluzione dei contrasti – si frammentò negli abusi personali, si alimentò di brutali semplificazioni – come l'equivalenza italiano/fascista –, concesse spazio all'inserimento della criminalità comune, e talvolta sembrò colpire con tragica e quasi incredibile casualità.

L'inizio delle operazioni di polizia è contestuale all'insediamento delle nuove autorità: fermi, perquisizioni, confische, interrogatori, arresti sono gli strumenti attraverso i quali il movimento partigiano afferma il proprio controllo sul territorio.

Gli arrestati dell'alta Istria vengono concentrati a Pinguente, quelli dell'Istria meridionale ad Albona, ma la maggior parte viene portata a Pisino e rinchiusa nei sotterranei del massiccio castello cinquecentesco che domina la città. Di fronte a improvvisati «tribunali del popolo» vengono istruiti processi sommari, dove agli imputati non viene concessa nessuna possibilità reale di difesa e dove la lettura dei capi d'accusa è già di per sé una sentenza di colpevolezza e una condanna alla pena capitale.

«Nemico del popolo» è una formula sufficientemente generica per comprendere
categorie diverse, individuate sotto la duplice spinta del nazionalismo croato e della lotta di classe comunista. I primi a essere colpiti sono i possidenti italiani e i loro familiari, ma accanto a loro anche i quadri del Partito fascista e i rappresentanti della passata amministrazione; vengono arrestati gerarchi, podestà, segretari e messi comunali, carabinieri, guardie campestri, esattori delle tasse, vale a dire le figure che in qualche modo simboleggiano, al di là di specifiche responsabilità personali, l'oppressione di uno Stato che è diventato indistinguibile dal regime fascista.

In alcuni casi gli arresti avvengono in forma indolore, presentati come misure provvisorie per normali accertamenti; più spesso, sono compiuti in modo brutale, accompagnati e seguiti da violenze, stupri, torture, incendi delle case. Emblematico è il caso di Norma Cossetto, ventiquattrenne di Santa Domenica di Visnada, a pochi chilometri dalla costa parentina, il cui padre Giuseppe ha ricoperto l'incarico di segretario del fascio locale.

Nell'estate del 1943 Norma, allieva a Padova del professor Concetto Marchesi, è alle
soglie della laurea e sta preparando una tesi sulla storia istriana.

Il 26 settembre viene prelevata da casa insieme al padre e portata ad Antignana, in
una scuola trasformata in prigione. Non ci sono imputazioni, se non quella di essere figlia di un segretario del fascio. Durante i primi interrogatori le minacce si alternano alle blandizie per ottenerne la collaborazione, ma la giovane oppone un rifiuto ostinato che scatena i carcerieri: alle domande si sostituiscono così le torture e le sevizie sessuali.

Il tormento dura per alcuni giorni, testimoniato da una donna che, udendo le urla, si avvicina a una finestra e vede la ragazza legata a un tavolo con le vesti stracciate, attorniata dai suoi seviziatori.

Una settimana dopo, nella notte tra il 4 e il 5 ottobre, Norma viene condotta insieme ad altri venticinque prigionieri sulle pendici del monte Croce: legate l'una all'altra, le vittime vengono fucilate e fatte precipitare nella foiba di villa Suriani, profonda 135 metri.

 All'inizio di ottobre, quando l'offensiva tedesca costringe le formazioni partigiane ad arretrare e poi ad abbandonare del tutto l'Istria in una ritirata disordinata, il ritmo delle esecuzioni si fa convulso.

 I prigionieri possono diventare testimoni scomodi e vengono eliminati senza più il simulacro del processo farsa; l'occultamento dei cadaveri nelle foibe, a sua volta, risolve in modo rapido il problema della sepoltura e serve a far scomparire la prova dei crimini.

 Quante sono le vittime giuliane del settembre-ottobre 1943? Subito dopo l'occupazione dell'Istria da parte delle forze germaniche, vengono iniziate le ricerche per recuperare i cadaveri e il maresciallo dei vigili del fuoco di Pola, Arnaldo Hazarich, speleologo esperto, riceve l'incarico di esplorare la prima foiba già il 16 ottobre.

 Le immagini dei ritrovamenti, carichi di suggestione macabra, diventano subito uno strumento di propaganda della Repubblica sociale e nella pratica dell'uso politico i numeri si dilatano sino a parlare di diverse migliaia.

Secondo una ricerca scientificamente fondata e patrocinata dall'Unione degli Istriani, si tratta invece di una cifra di esecuzioni vicina al migliaio: infatti sono state esumate 355 salme, 40 sono state accertate e altre 503 risultano presunte sulla base delle segnalazioni locali.

Le dimensioni della strage, pur apparendo contenute rispetto ai successivi eccidi della primavera 1945, sono tuttavia tali da risultare un'esperienza traumatica che ha un impatto profondo sulla popolazione italiana di tutta la Venezia Giulia.

Il clima di inquietudine che per un mese si diffonde nella regione, la casualità degli arresti, la brutalità dell'ondata di violenza abbattutasi sulla comunità italiana penetrano profondamente nell'immaginario collettivo, disegnando uno stato di insicurezza e corroborando diffidenze e timori.

Al di là delle logiche sottese alla repressione slava, gli italiani si sentono colpiti in quanto gruppo etnico, indipendentemente dalle collocazioni politiche o sociali di ognuno.

Le famiglie che hanno avuto delle vittime non sanno perché sono state colpite; quelle che sono riuscite a passare indenni attraverso gli eccidi non sanno perché
sono state risparmiate.

Lo stato di paura diffusa, che porta molti italiani dell'Istria a percepire come
liberatorio l'arrivo delle truppe germaniche, trova alimento nel particolare significato psicologico e simbolico delle foibe. «Infoibare», infatti, non significa soltanto uccidere un uomo.

Il termine rinvia a un'immagine minacciosa, buia, inquietante, dove il fenomeno geomorfologico del carsismo diventa la metafora di un rovesciamento radicale dei valori umani, perché «gettare un uomo in una foiba significa trattarlo alla stregua di un rifiuto».

La vittima sprofondata nell'antro viene cancellata nell'esistenza fisica, ma anche nell'identità, nel nome, nella memoria, come se non fosse mai vissuta.

Stretta tra il vuoto dei tanti scomparsi e l'inquietudine degli infoibamenti, la comunità italiana dell'Istria si ritrova in una situazione sofferta di precarietà e di insicurezza, e quando le truppe germaniche occupano la penisola si apre uno scenario tormentato: che cosa accadrà alla fine della guerra?

Quale esercito, tra quello anglo-americano e quello partigiano jugoslavo, raggiungerà per primo Fiume, Pola, Trieste? Quale sarà il destino della comunità italiana? Per molti, le foibe del maggio-giugno 1945 e l'esodo degli anni successivi sono un presentimento già nell'ottobre 1943: «in certo modo, parve alla gente che l'Istria nera e notturna delle grotte e delle caverne stesse prevalendo su quella bianca, grigia e rossa». (...)

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Carmelo 02/28/2012 07:42

Ciao, molto interessante, anche se l'argomento pare non freghi nulla a nessuno in questo periodo di crisi. Penso di chiudere il blog per problemi con la Over che non fornisce assistenza (impiego
almeno 15 minuti solo per la pubblicazione, operazione che ripetuta più volte poi stanca).
Saluti, Caranas