U' Tignusu e la stampa diversa

Pubblicato il da Antonio Fadda

Versione vista da Sinistra

Storie di tritolo e cavalli


30 novembre 2009

Il nuovo potere che si snoda tra‘92 e‘93 e le scelte politiche dei clan. Le trasferte dei boss al nord e la nuova trattativa. E oggi Spatuzza e le paure di Berlusconi.

di Peter Gomez

A Firenze, quella notte, c'era un ragazzo affacciato a una finestra. Chi l’ha visto racconta che “urlava”, ma che “a un certo punto ci fu una fiammata e sparì”. A Firenze, quella notte, c'era una bimba. Aveva solo sei mesi e si chiamava Caterina. Dalle macerie della Torre del Pulci la estrassero dopo tre ore. Era come avvoltolata in un materasso. Sul viso aveva solo un graffio e per qualche minuto il medico che la soccorreva pensò di poterla salvare. Ma si sbagliava.

A Firenze, in quella tiepida notte di maggio, morirono in cinque. E altri cinque se ne andarono esattamente due mesi dopo, il 27 luglio, a Milano. Uccisi da un'autobomba in via Palestro, mentre a Roma saltavano in aria due chiese e il presidente del Consiglio, Carlo Azeglio Ciampi, credeva che fosse in atto un colpo di Stato. Il centralino di Palazzo Chigi, forse perché sovraccarico di chiamate, non funzionava.
I politici, fiaccati dalle indagini sulla loro corruzione e messi in ginocchio dagli avvisi di garanzia firmati dal pool di Mani Pulite, parlavano di terrorismo internazionale, di kommando arabi, di servizi segreti deviati. Solo l’ex segretario del Partito socialista Bettino Craxi sembrava capire. E ai giornalisti diceva: “Qualcuno vuole creare un clima di completa paura. Le bombe si propongono di aprire la strada a qualcosa, non di rovesciare qualcosa. Il potere politico è già stato rovesciato, o quasi”.

SCHEGGE E FRAMMENTI

Eccolo qui il racconto dell’estate del terrore. Eccoli qui quei fatti del 1993-94 ai quali, con “follia pura”, secondo il premier Silvio Berlusconi, “frammenti di procure guardano ancora”. Una lunga scia di sangue e tritolo che ufficialmente si apre nella Capitale 14 maggio ‘93 quando in via Fauro, il presentatore Fininvest, Maurizio Costanzo, sfugge per miracolo a un attentato dinamitardo. E che prosegue, dopo le bombe di Firenze, Milano e Roma, con l’assassinio di don Pino Puglisi a Palermo, con la mancata strage di carabinieri allo Stadio Olimpico (“i morti dovevano essere cento” ha ricordato il pentito Gaspare Spatuzza)e il tentativo di far fuori con la dinamite lo storico collaboratore di giustizia, Totuccio Contorno, il 14 aprile del 1994.

Come nasca la strategia stragista di Cosa Nostra ce lo dicono ormai decine di sentenze definitive. Intorno al 1991 il capo dei capi Totò Riina, capisce che, nonostante le garanzie ricevute da un pezzo di Democrazia cristiana, attraverso l’eurodeputato Salvo Lima, il maxiprocesso, in cui lui stesso è stato condannato all’ergastolo, andrà male.

 


In Cassazione il verdetto non sarà annullato perchè il giudice Giovanni Falcone, che adesso lavora al fianco del Guardasigilli socialista Claudio Martelli, sta per imporre la rotazione delle sezioni specializzate in fatti di mafia: Corrado Carnevale, il giudice che allora tutti chiamavano “ammazzasentenze” verrà tagliato fuori. In provincia di Enna tra il novembre del 1991 e il febbraio del 1992, si tengono così una serie di vertici tra boss per cercare di recuperare terreno.

«Durante gli incontri», ha raccontato il pentito Filippo Malvagna, «Riina fece presente che la pressione dello Stato contro Cosa Nostra si era fatta più rilevante e che comunque vi erano segnali del fatto che tradizionali alleanze con pezzi dello Stato non funzionavano più». Per questo l’allora capo dei capi decise «fare la guerra per poi fare la pace». Di sparare sempre più in alto per poi aprire una trattativa da una posizione di forza. Come in Colombia.

Vengono messi in calendario gli omicidi dei politici che la mafia considera traditori. Quello di Lima, quello del grande elettore democristiano e uomo d’onore Ignazio Salvo, più una lunga serie di leader di partito che verranno invece risparmiati: Martelli, Salvo Andò, Calogero Mannino e molti altri. Si discute dell’attentato a Falcone.
Si parla della morte di personaggi dello spettacolo e della televisione come Maurizio Costanzo e Michele Santoro.

E intanto si ragiona di politica. Nel dicembre del ‘92, con due anni di anticipo rispetto alla creazione di Forza Italia, Leonardo Messina, ex braccio destro del boss della provincia di Caltanissetta, Piddu Madonia, racconta davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia, che “Cosa Nostra ha deciso di farsi Stato”. Riina infatti in quelle riunioni annuncia pure la nascita “di un partito nuovo”, formato da massoni e da colletti bianchi, con l’obiettivo di arrivare “alla creazione di uno Stato indipendente del Sud all’interno della separazione dell’Italia in tre Stati”.

IL CORTEGGIAMENTO DI CRAXI

Muore così Falcone e 57 giorni dopo tocca a Paolo Borsellino. Cosa Nostra è alla disperata ricerca di nuovi referenti politici. Attraverso l’ex sindaco Vito Ciancimino sono state inoltrate allo Stato una serie di richieste (il famoso papello), ma quello spiraglio di trattativa non ha portato a niente di concreto.

E sta sfumando anche l’idea, coltivata almeno a partire dal 1987, di stringere un patto con Bettino Craxi. Il lungo corteggiamento avvenuto, secondo la sentenza che in primo grado ha condannato Marcello Dell’Utri, attraverso i vertici della Fininvest è rimasto senza risultati.
Certo, con il gruppo del biscione i legami - antichi - si sono consolidati. Ogni anno, come racconta il processo Dell’Utri, a Riina arrivano 200 milioni di lire in regalo. Soldi di cui parlano molti pentiti e di cui è stata persino trovata una traccia documentale.
Un appunto nel libro mastro del pizzo della famiglia mafiosa di San Lorenzo in cui è annotato “1990 Canale 5,5 milioni regalo” (il denaro secondo i collaboratori di giustizia veniva diviso da Riina tra i diversi clan ndr). Ma Craxi sta per essere messo fuori gioco dalle inchieste di Mani Pulite. Per la mafia continuare a puntare su di lui non ha più senso. Che fare?

L’unica speranza concreta è rappresentata dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, i due giovanissimi boss di Brancaccio. Due ragazzi dalla faccia pulita che a Palermo controllano, attraverso prestanome, alcune delle più grandi imprese di costruzioni della città. A partire dai primi del ‘92 hanno cominciato ad andare spesso al Nord, o meglio a Roma e a Milano, dove hanno dei contatti importanti. Che parlino con Marcello Dell’Utri lo sostiene per primo davanti ai magistrati, già nel 1997, una loro testa di legno. L’ex funzionario della Dc, Tullio Cannella, e lo ribadisce adesso, con più chiarezza, il superpentito Gaspare Spatuzza.

Si tratta però di dichiarazioni de relato. L’unico fatto certo è invece che Dell’Utri, a partire dal giugno del 1992, ha assoldato una serie di consulenti (lo dimostrano le carte sequestrate a Publitalia) per spiegare ai manager della concessionaria di pubblicità e a quelli di Programma Italia del banchiere socio di Berlusconi, Ennio Doris, i segreti della politica.
Altrettanto incontestabili sono poi le continue telefonate e visite a Milano 2 di Gaetano Cinà, un uomo d’onore della famiglia di Malaspina (un clan vicinissimo a Provenzano), amico da una vita di Dell’Utri.

Così mentre Dell’Utri ragiona di politica e, nel timore che le indagini di Mani Pulite portino al governo le sinistre, insiste sul Cavaliere perché scenda direttamente in campo, la mafia in Sicilia continua ad attaccare lo Stato. Il 15 gennaio del ‘93 accade però un imprevisto: Totò Riina finisce in manette.

Suo cognato, Luchino Bagarella, raduna gli amici e dice: “Finché ci sarà un corleonese fuori si va avanti come prima”. La scelta è obbligata. Tra il popolo di Cosa Nostra c’è molta insofferenza. Adesso bisogna pure convincere lo Stato a chiudere i supercarceri di Pianosa e l’Asinara, appena riaperti, e a eliminare il 41 bis. Il problema è che con Mani Pulite che impazza mancano interlocutori affidabili.

IL “SEGNALATORE

Non è chiaro chi dia alla mafia l’idea di distruggere i monumenti con le bombe. Cioè di fare azioni eclatanti che però non colpiscono (in teoria) le persone, ma le cose.
Una delle piste battute dalla procura di Firenze negli anni ‘90, sulla base delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, portava sempre alla Fininvest. Ma, in assenza di riscontri indiscutibili, tutto è stato archiviato.

Certi sono invece due fatti. A pretendere che le stragi avvenissero fuori dalla Sicilia è stato il grande protettore dei Graviano, il boss Bernardo Provenzano.
Mentre la riunione operativa che ha preceduto gli attentati è avvenuta il primo aprile del‘93, in un villino di Santa Flavia, vicino a Palermo, di proprietà di Giuseppe Vasile, un appassionato di cavalli, poi condannato per favoreggiamento dei Graviano. Vasile è un driver dilettante e corre in pista con Guglielmo Micciché, il fratello di Gianfranco, che sarà poi coordinatore di Forza Italia in Sicilia.

Figlio di un vecchio uomo d’onore di Brancaccio, Vasile mette dunque a disposizione la sua abitazione per l’incontro in cui Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro - il giovane boss di Trapani fattore della famiglia del futuro sottosegretario agli Interni, Antonio D’Alì - ragionano di bombe. Durante il summit si decide che a colpire siano i Graviano, Matteo Messina Denaro e i loro uomini. Tutti loro partono per il continente e per mesi non hanno più contatti con Bagarella.

Ma è a Palermo che avviene un fatto davvero strano. il 12 maggio, 48 ore prima dell’azione contro Costanzo, Vasile, con un amico titolare di una ricevitoria di totocalcio, entra nell’agenzia numero 27 del Banco di Sicilia, diretta da Guglielmo Micciché. I due chiedono a Micciché di cambiare 25 milioni in contanti in assegni circolari. L’operazione viene eseguita immediatamente.
Gli assegni verranno poi utilizzati per tentare di affittare una villa in Versilia dove ospitare, presentandoli sotto falso nome, sia i fratelli Graviano che Matteo Messina Denaro.

Una vacanza che proseguirà almeno fino a luglio, mentre l’Italia viene messa a ferro e fuoco.
Poi i Graviano partono di nuovo. Si dirigono a Porto Rotondo, dove resteranno per tutto agosto, mentre a poche centinaia di metri, nel suo buen retiro di villa La Certosa, Berlusconi trascorre lunghi fine settimana mettendo a punto il suo nuovo partito.

Infine l’ultimo viaggio. La meta è Milano, dove i due fratelli verrano arrestati il 27 gennaio del ‘94. In quel periodo però si fa vedere in città anche l’ex fattore di Arcore, Vittorio Mangano.
Il boss di San Giuseppe Jato, Giovanni Brusca, e il Luchino Bagarella, lo hanno infatti incaricato di contattare il Cavaliere. Brusca, una volta pentito, racconta che a fine settembre né lui, né Bagarella, avevano più notizie dei Graviano.
Per questo Mangano viene convocato d’urgenza e gli viene chiesto di riallacciare i suoi antichi rapporti.

Il 2 novembre,come risulta dalle agende sequestrate alla segretaria di Dell’Utri, l’ex fattore chiama il futuro senatore azzurro in quel momento impegnato negli ultimi preparativi di Forza Italia.
Poi lo cerca di nuovo e spiega per telefono che tornerà a fine mese. Sulle agende si legge: «Mangano Vittorio sarà a Milano per parlare problema personale» e ancora: «Mangano verso 30-11 5 giorni prima convoca con precisione».

L’incontro, come conferma Dell’Utri, avviene per davvero: “Di tanto in tanto”, dice il senatore, “Mangano mi veniva a trovare. Mi parlava della sua salute”.
Non è chiaro invece, ma è altamente probabile, se a Milano il boss incontri anche i Graviano.
Di sicuro in quei mesi tra la famiglia di Porta Nuova, capeggiata da Mangano, e quella di Brancaccio viene inaugurata una sorta di alleanza.

Spatuzza ricorda che i Graviano gli chiesero di andare a Porta Nuova per risolvere un problema di ordine pubblico mafioso: punire dei ladri che si muovevano fuori dagli ordini del clan. Lui rimase sorpreso. Ma poi, quando nel gennaio del ‘94, Giuseppe Graviano gli disse di aver stretto un patto con Berlusconi e Dell’Utri, cominciò a capire.

Da Il Fatto Quotidiano del 29 novembre

 

 

Visto da Destra

 

Di Renato Farina – Il Giornale

 

Meno male che Spatuzza il Calvo è arrivato, ha parlato, circondato da paraventi e scorte per innalzarne il mito. E invece di scoppiare come una bomba atomica, più modestamente si è sgonfiato come una rana. Non è per masochismo, e neanche per digerire l’ortica che qui si fanno queste considerazioni. L’Italia è stata sputtanata, e questo non va bene. Ma lo spettacolo infimo di venerdì ha evitato che fosse infilata gelatina di tritolo sulle colonne portanti di questo Paese. A voler essere pignoli, qualche candelotto è finito sotto le toghe in un posto che se ci pensate vi viene in mente, ma non è che la cosa addolori, anzi ci pare educativa.
Insomma, tenendo in vista il bene primo che è quello della giustizia, è stato positivo che il pentito Gaspare Spatuzza si sia esibito in uno show in mondovisione. In quelle ore di scempio della verità e della decenza, i pm di Palermo, Firenze, Milano, Reggio Calabria e chissà di quante altre procure hanno dovuto esibire il loro automa degli orrori quando non era ancora programmato a puntino. La famosa bomba atomica umana è stata tolta troppo presto dal laboratorio sotterraneo dove dinanzi a lei (a lui, a Spatuzza) si inchinavano dotati di pandette, cacciaviti e transistor i migliori pm democratici del Paese. Non era avvitato bene, ha fatto fiasco, è restata molto a lungo accesa la miccia, ma invece del fungo di un’Hiroshima italiana che avrebbe dovuto bruciare Berlusconi, Dell’Utri, Forza Italia e quindi tutto il Popolo della libertà, si è risolta in un crepitio di minchiate. Anzi una bomboletta di quelle che i ragazzi seminavano a Carnevale e chiamavano puzzole. Già ieri Chiocci e Zurlo le hanno messe in fila sul Giornale. Non c’è bisogno di ripetere.
C’è però una dichiarazione molto interessante uscita venerdì a caldo. Persino più istruttiva delle fandonie di Spatuzza. L’ha pronunciata il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. Un uomo onesto. Anch’egli ha avuto a che fare con Spatuzza. Intende promuoverlo a collaboratore con tutti i crismi. Allora perché ha dichiarato con qualche pena: «La cosa strana è che quel collaboratore sia stato presentato al dibattimento ancora prima che venisse chiusa l’indagine»? Come dire: doveva rimanere più a lungo nel laboratorio, la fretta è cattiva consigliera.
Be’, noi diciamo: viva la fretta. In questo caso ha giovato alla verità. Per la prima volta infatti è accaduto qualcosa che assomiglia alla parità tra accusa e difesa. Come in America, come dovrebbe essere in un mondo civile. Così il pentituzzo ha dovuto esporsi al vento del dibattimento senza aver prima finito il lavoro di ripescaggio, incollaggio e moquettatura nel segreto delle stanze dove incontrava i pm. Lì accade che le verbalizzazioni tirino in ballo chiunque, gente ignara, e tutto questo finisce come Parola di Dio sui quotidiani, dove appositi cronisti si comportano come scrittori incaricati di stendere la Bibbia, e l’accusato resta lì ignaro, senza poter far altro che essere linciato mentre l’imputazione di mafia e di strage si gonfia, si razionalizza, prende volumi di carta, entri nel cervello della gente, si allarghi da una città all’altra, da un’indagine madre ad una indagine figlia, cugina, nipote, in un intreccio che quando poi si arriva al momento della verità, che dovrebbe essere il processo, è ormai una foresta amazzonica di pietra, che soffoca e schiaccia chiunque osi penetrarla per vedere di che cosa è fatta. Impossibile. Se dici: ma questa è la realtà rovesciata, sembri tu il pazzo. Ma come? Lo ha sentito o no il famoso giudice Pinco, il terribile magistrato Pallino, il formidabile pm Caio. Sono giunti da una capo all’altro dell’Italia e hanno concluso che il pentito è perfetto, ogni tessera del mosaico è al posto giusto. La verità del pm oscura qualunque orizzonte, è tanto massiccia che nessun avvocato difensore riuscirà a spostarla neanche di un millimetro.

 

Invece venerdì no. Venerdì si è visto. Spatuzza aveva solo due nomi e il resto era pappetta, il colore blu del cappotto, date malcerte. L’unico riscontro dato è che la Standa di Palermo sta a Brancaccio. Dicendo: la Standa è Berlusconi. Fantastico. Mi ricordo (se permettete) di aver assistito a un’udienza del processo Dell’Utri, ancora negli anni 90, in cui un altro pentito sosteneva che quella Standa era di Craxi. Sul serio. Ma non è questo il punto. Il punto è che Spatuzza ribalta tutto quello che era stato confezionato da altri pentiti, i quali avevano consegnato, scortati dai pm, una precedente foresta amazzonica inestricabile, assolutamente oscura, e dunque accettata in blocco.
Una verità totalmente diversa da quella di oggi. Ma se osavi dire di no, eri impiccato come filomafia. Da chi? Ovvio: dagli stessi pm che oggi come nulla fosse si atteggiano ancora a divinità televisive, pontificano, sono certi di aver incastrato Berlusconi, ma loro non fanno neanche un minimo mea culpa. Penso ad Antonio Ingroia, l’amico del cuore di Marco Travaglio, il quale sigillò la verità sulle stragi facendo bere a noi tutti come fosse acqua di fonte il liquame fognario di altri pentiti consacrati dal bacio della giustizia e la cui versione fu ritenuta ovviamente riscontrata, provata, provatissima, oltre-ogni-ragionevole-dubbio, che consentì la condanna dopo tre livelli di giudizio di gente che invece non c’entrava, e di certo comunque i fatti non erano andati come stabilito prima nelle stanze delle procure e poi trasferita senza una scalfittura nelle aule dei Tribunali. Un dubbio, un ragionevole dubbio, no, eh? Che professionalità è questa, che poi ha fatto promuovere questa gente che ci ha propinato come oro colato la merda fusa?
L’altro giorno a Torino il gioco è stato impossibile perché prima che l’indagine fosse chiusa - come ha lamentato Grasso -, l’automa in fase di esperimento ha fatto plof. Vogliamo vedere se come e quando la procura di Firenze o quella di Milano o di Palermo emetteranno un avviso di garanzia a Berlusconi e Dell’Utri per le stragi qualcuno penserà siano cose con un minimo di credibilità. Ma no che non ce l’hanno.
Una considerazione ancora. I pentiti sono stati importati, eccetera. Sottoscrivo tutto. Ma non è possibile che fare due nomi cambi la vita di una persona con la benedizione dello Stato più che aver compiuto due stragi e assassinato 40 persone a sangue freddo. E dopo descriva il suo cammino mai usando la parola dolore, amarezza, lacerazione, ma solo dicendo: bellissimo. Bellissimo un corno. Poco bello per fortuna anche per gli stregoni delle procure a cui l’alambicco è stato portato via e versato in Tribunale prima che fosse in grado di uccidere davvero.

==============================================================================================

Spatuzza, i sospetti del premier sul complotto dei poteri occulti

di Sabrina Cottone

 

Milano.

Due pericolosi boss della mafia catturati nello stesso giorno, Giovanni Nicchi a Palermo e Gaetano Fidanzati a Milano. Silvio Berlusconi si congratula con la polizia «per l’arresto del numero due e del numero tre di Cosa nostra». Ha l’aria soddisfatta di chi può lasciar parlare i fatti: «Queste due brillantissime operazioni sono una risposta a tutte le calunnie a me e al governo fatte da persone irresponsabili, che con il loro agire non fanno che gettare fango sulla nostra immagine internazionale».
Il presidente del Consiglio riceve la notizia alla stazione di Torino, all’inaugurazione della linea ferroviaria ad Alta velocità che arriva a Milano in un’ora. «Siamo il governo che ha fatto di più contro la mafia negli ultimi vent’anni» sintetizza dopo aver elencato i risultati principali, dagli oltre novanta blitz al sequestro di sei miliardi di euro di beni all’arresto di diciassette dei trenta latitanti più pericolosi.
Alla Stazione Centrale di Milano commenta la deposizione dell’aspirante pentito Gaspare Spatuzza senza neanche citarlo: «Noi continuiamo a governare. Lasciamo agli altri le rappresentazioni dei teatrini, le menzogne e le calunnie. Noi continuiamo con la politica del fare e dei fatti».


In conversazioni riservate, a colloquio con un gruppo di parlamentari, avrebbe confidato i suoi timori di una «regia di poteri occulti» per destabilizzare il governo e il Paese, il dubbio che dietro questi avvenimenti si muova «la stessa mano del caso Noemi». Sospetti quasi indicibili su settori deviati dei Servizi segreti.
Ad alta voce Berlusconi rivendica la politica di lotta decisa alla criminalità organizzata: «Le forze dell’ordine, in sintonia con noi, stanno realizzando un’attività di contrasto alle organizzazioni criminali che non ha mai avuto uguali in tutti i governi che ci hanno preceduto».
Più tardi, a San Siro, sfodera grande ottimismo sul futuro: «La mafia è un fenomeno pericoloso ma contenuto. Maroni, ottimo ministro dell’Interno, ha l’occasione di passare alla storia come colui che l’ha eliminata. Credo nella possibilità di un risanamento delle regioni meridionali, negli anni che abbiamo davanti». Racconta la propria incredulità quando sente legare il suo nome alla mafia: «Quando vedo che parlano di Silvio Berlusconi, credo che sia un altro, che non ha nulla a che fare con me».
Interviene Umberto Bossi, anche lui sul treno super veloce Torino-Milano, e dice la sua in modo colorito sulla deposizione del mafioso siciliano: «Quelle di Spatuzza sono balle, sono storie. Se doveva parlare, parlava anni fa». Il leader della Lega condivide perfettamente l’analisi del premier: «Questo governo ha legnato pesantemente la mafia. La mafia non sta con le mani in tasca e, secondo me, si ribella».
A preoccupare il premier è il rischio di prestare il fianco a chi volesse approfittarne per danneggiare «il made in Italy e il turismo», settori in cui l’immagine è cruciale e che sono determinanti per uscire dalla crisi. «In generale la situazione non va male, sono i giornali che montano le cose» confida ai giovani dei Club della Libertà che hanno aspettato l’arrivo del treno al binario ventuno della stazione di Milano. Commenta con amarezza anche l’ultima puntata di Annozero, dedicata al processo Mills: «È uno schifo, hanno montato un film per sputtanarmi».

Guardando le volte di marmo della Stazione, trova spazio per un ricordo sentimentale, l’incontro con Carla Dell’Oglio, la donna che ha sposato nel 1965 e da cui sono nati i figli Marina e Pier Silvio. «Ebbi a conoscere proprio qui la mia prima moglie» racconta. Poi riprende toni più scherzosi: «Meno male che l’Alta velocità è arrivata ora che ho un’età avanzata. Avendo conosciuto gran parte delle mie fidanzate sul treno, avrei potuto praticare molto meno l’aggancio...».

 

Commenta il post

Calogero 12/21/2009 17:02


Minghiaaa !
Auora auora ho letto tutto quello che pubblicato avete !
Ma lo cappite o nò che la mafia non esiste.
E' una invenzione di accuni giudici che ci campanoo!
La coppa a bellusconi dovevano dareee!
Pecchè così qualche anno di galera in meno si fecero.
Minghiaaa, Spatuzza obbligato èeee. Dire così devee ahhh !
Anche lui famiglia tiene, beddu figghiu siculo.
La RAI è nostra ahhh!
Micheluzzo nostro, travagliuzzo e di Pietro la verità dicono ahh!
La confusione è bella ahh!


Francesco 12/13/2009 18:48


Seguento l' indicazione di Road Runner mi sono sorbito tutto l' intervento dell'ex carabiniere Genchi Gioacchino, noto "lo Spione", perchè quando era al soldo di Tronchetti Provera ne ha fatto di
cotte e di crude intercettando e registrando conversazioni private di politici, cittadini semplici, industriali e tantissimi altri. Naturalmente sempre in cambio di soldi !
Come fa un elemento del genere (per il quale presentaranno una interrogazione parlamentare per fare chiarezzu sul suo ruolo di spione...) a dichiarare che l' arresto dei Boss malavitosi è stato
frutto di compromessi e di decisioni per distrarre l 'opinione pubblica dalla testimonianza del pentito di mafia (un assassino spietato che tanto piace alla sinistra be a Di Pietro...) che accusa
il premier Berlusconi !
Ma davvero credete a queste barzellette ?
Avete sentito le testimonianze dei fratelli Graviano? Smentiscono su tutti i fronti le MINCHIATE di Spatuzza !
Apriamo davvero gli occhi.
Tutti però, non solo una parte dei militanti che hanno fiducia in questo governo. Devono aprirgli soprattutto quelli che credono nella sinistra perchè stà proprio da quella parte la mistificazione
e la bugia!


Road Runner 12/10/2009 06:56


....quanto alla cattura dei due "latitanti" mafiosi guardate questo video e aprirà gli occhi!!!

http://www.youtube.com/watch?v=cfZ13mvOXjw

Così il Governo italiano combatte i mafiosi!!! VERGOGNA!!!


Alessandro 12/08/2009 17:52


Ormai è chiaro a tutti, se i pentiti parlano contro Berlusconi sono credibili e sono anime pie alle quali è un dovere di veri democratici dare retta. Non sò voi ma io, vedendo il segretario dell'
ANM nazionale (un lardagiolo di primordine e si vede anche dalla faccia) mi viene in mente l' extraparlamentarismo di sinistra di un certo periodo italico che metteva a ferro e a fuoco la nostra
società, le nostre fabbriche (puntualmente fallite o chiuse)e le nostre famiglie (le comuni non vi ricordano niente?). C'è necessità e fame di normalità. Sino ad adesso solo questo governo può
garantirci questo bisogno primario. Certamente Bersani e company no.


Giuseppe 12/08/2009 15:00


Non muovo accuse contro la sinistra ed in particolare contro i "comunisti" (anche perchè mi sono convinto, visti gli atteggiamenti e i discorsi che vengono fatti da quella parte, non ne esistono
più) ma contro un modo di pensare che è totalmetne sbagliato e che ho, per controbilanciare ma anche per fare capire, estremizzato al massimo.Ma non è forse venuta l'ora di fare chiarezza anche tra
di noi ?
Allora:
nella giornata del 3 dicembre il sole 24 ore (che non è di proprietà berlusconiana quindi non sospettabile di essere di aprte) ha pubblicato un sondaggio per sentire che aria tirava dalle parti dei
paritti politici italiani. E' venuto fuori che il PDL cresce di tre punti, il PD aumenta di quattro punti, la lega resta stabile. Tutti gli altri perdono. Quindi le liti, gli scandali e quanto
altro sembra che non turbino più di tanto gli elettori.
Al sud il PDL è accreditato al 44% lasciando il PD distante di ben 16 punti, al nord è la lega che la fa da padrona.La crescita al sud è dovuta al problema mondezza ( vedi campania)ma è dovuto
anche al fatto che al sud Berlusconi non è considerato un mafioso bensì uno che le cose le fà davvero in partticolare contro proprio i capi mafiosi che tengono in scacco il territorio. L' esecutivo
in pratica non è considerato colluso con la mafia così come vogliono farci credere alcuni giornali ben definiti, alcuni partiti e alcuni ben noti magistrati. Le fette di prosciutto sugli occhi
dunque sono altri ad averle. A questo si aggiunge l' odio di classe da sempre presente in alcuni movimenti di (eh sì !)sinistra.
Molti politici di quella parte politica sono stati incastrati, nel recente passato, ( vedi scandalo Coop e tantissimo altro) e mai si sono sentiti in dovere di dimettersi.
Possiamo benissimo concludere che il paese virtuale creato ad arte non coincide con il paese reale.
Quindi aprite e apriamo gli occhi. Da ambo le parti però !


MaDes 12/07/2009 17:56


VISTA DA DESTRA:
...se il pentito di mafia Spatuzza, avesse fatto i nomi, per esempio di D'Alema o di Prodi, anziché di Berluskoni e Dell'Utri, adesso sarebbe considerato un'eroe nazionale, altro che accusatore
farneticante!!
Se fossero indagati di collusione mafiosa dei personaggi di sinistra, i magistrati verrebbero dipinti come una sorta di personaggi onesti, leali e integerrimi che si dissociano dal resto della
magistratura, altro che toghe rosse!!! ...non è un problema di levarsi i kili di prosciutto dagli occhi. Purtroppo ognuno vede solo quello che gli conviene. A esempio, io vedo che in casi del
genere, in una qualsiasi democrazia occidentale o in qualunque Paese civile, un Presidente onesto e moralmente "pulito", farneticazioni o meno, a torto o a ragione, SI SAREBBE DIMESSO E FATTO
PROCESSARE!!!!


buuuuuuuu 12/07/2009 12:20


mi sono fatto da solo sull'elicottero volo ma non disdegno la nave ricordo soave della gioventù...le cose dette da spatuzza sono tutte da verificare prima di tutto.e poi, se pensate che i
"COMUNISTI" siano così potenti da controllare anche i mafiosi come mai non riescono ad andare al governo?sveglia!non è colpa della sinistra, ma siete voi servi del padrone che avete chili di
prosciutto negli occhi!Berlusconi è colluso con la mafia fino all'ultimo millimetro dei suoi capelli rifatti!SERVI!


Giuseppe 12/07/2009 11:41


La voglia matta e la fretta di incastrare Berlusconi hanno acceccato taluni magistrati con la toga imbrattata di rosso sangue, e hanno toppato ! Il giornalista D'Avanzo, al soldo di De Benedetti
che adesso poverino è nel mirino di chissà quale organizzazione criminale internazionale certamente, anzi lo sanno già Ezio Mauro e Scalfari e Scalfaro, a libro paga del solito Berlusca, ha già
scritto la sentenza definitiva: Silvio è con la coppola e la lupara a tracolla. Arrestatelo !
E il PD cosa stà a fare ?
Manifesta con Rosu insieme a Di Pietro Antonino (quello degli 8 appartamenti) però fà finta di non condividere le proteste in piazza e non si pronuncia sulle bugie Spatuzziane.
Eppoi si presentano alle elezioni per guidare il paese. Ma con quali capacità mi domando.
Ah, già, dimenticavo tanto comanderà, come ha sempre fatto, l' onorata società politica.
Ma che vadano a ca.....!


Roberto Maroni - TGCOM 12/06/2009 18:08


Gli arresti di Mafia fanno giustizia delle farneticazioni di questi giorni. Quelle di Spatuzza sono delle vere e proprie faneticazioni dettate da chi vuole colpire il governo che sta facendo quello
che non è mai stato fatto contro la mafia negli ultimi 50 anni. Dopo questi ultimi tre arresti prenderemo anche il boss Messina Denaro.


Sonia 12/06/2009 18:01


Barbari !
Ma come si può credere che un assassino spietato, che ha sciolto nell' acido un bambino, che ha ucciso Borsellino e ha fatto stragi su stragi, possa avere tutto questo credito da parte della
magistratura!
Vergogna.