" Io che non sono nessuno", un reportage sulla vita di un "ribelle" che ha dimostrato di essere un Grande. Paolo Manconi : l' ittiresità colta, concreta e solidale.

Pubblicato il da Totoi Fadda

 

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Paolo Manconi:

Uno degli aforismi più conosciuti di Falcone è questo :
Gli uomini passano, le idee restano, e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini. Tutto vero, ma io mi permetto, senza nulla togliere a quanto sopra una mia piccola precisazione.
" Le idee sono una delle grandi forze della persona, ma sono gli uomini e non i luoghi o gli scritti che fanno le idee e le coltivano, e quando quegli uomini non ci saranno più rimarranno le idee che nella loro brillante solitudine cercheranno nuove menti da abitare, cuori da riattivare e gambe per poter continuare ad viaggiare. Ma tutto morirà, si estinguerà,si inaridirà se chi verrà non avrà il cuore, la passione e le capacità per raccogliere la pesante eredità lasciata, nessuna istituzione sociale e politica, nessuna associazione o fondazione che sia potrà avere la presunzione di cercare di sopravvivere per inerzia semplicemente con l'eredità di quanto costruito con passione e sudore da chi a quelle idee ha dedicato la propria vita e come nel caso di Falcone l'ha anche sacrificata.”

 


 

Ittiri, 26 gennaio 2013.


 Non so da che parte e come iniziare questo articolo.

Avevo intenzione di scrivere solo una cronaca “normale”, sapete di quelle dalla forma piatta, a tratti noiosa, seguendo un filone privo di emozioni e di colore come a volte sanno fare le Grandi Firme Locali. Una sorta di corrispondenza, cosiddetta classica, che tutto vuole dire ma che invece non dice proprio un bel nulla. Ma che avrebbe riempito, in compenso, le pagine di questo blog.

Volevo incentrarla tutta non solo sull' ambiente spazioso e accogliente, ma comunque sotto utilizzato, del Centro per le Arti; sulla media partecipazione di pubblico aumentato, come accade quando non c'è una spinta promozionale ed una divulgazione massiccia dell' evento, verso la fine, frutto di una organizzazione forse “poco sentita” da chi dovrebbe invece lavorare “per il luogo”, e quindi malpromossa.

E' andata bene, comunque e nonostante tutto.

Da che parte iniziare dunque ?

Non è facile per uno “inculturato” come me parlare di Paolo Manconi ricco, purtroppo, della sua esperienza di vita vissuta pericolosamente, e della sua storia, anzi una storiaccia, che ci ha letteralmente, tutti indistintamente, catapultato nel passato.

Un passato doloroso da ricordare e che è ben descritto nel libro.

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Non è facile ne semplice scrivere di questo “giovanotto” cinquantaseienne, che tutti abbiamo voluto sempre bene. Venerdì all' ingresso principale del teatro mi ha spiazzato nell' incontrarmi. Appena mi ha visto, riconoscendomi subito nonostante i circa quarant'anni di assenza di rapporto, ha esclamato :”embè Totoi, e tando ? Sei sempre uguale”. Ho impiegato alcuni secondi per riconoscerlo a causa del mio rimbambimento senile e gli ho risposto :” Embè ? E tue itte che faghese inoghe? ” facendo finta che con l'evento lui non avesse niente a che fare.

Ridemmo insieme di queste due banalità affettuose.

La sua raccontazione fluida, chiara, commovente e coinvolgente, completata dalla lettura di episodi significativi che ben conoscevo, avendoli appresi dai ragionamenti e dagli aggiornamenti continui di mio padre, mi ha fatto rivivere momenti particolarmente toccanti.

L' attaccamento amorevole e fraterno di mio padre per quel “cugino di città”, Frantzischinu Mancone, per il quale era sempre disponibile e con il quale ha trascorso momenti intensi, non solo sotto il profilo della condivisione del dolore di un padre per quel figlio “che gli dava tante preoccupazioni” e che avrebbe riaddrizzato con la sola forza della sua autorevolezza e con il ricorso a quella pratica “antica”, perchè no tutta ittirese, del ricorso “a sa chintortza”; ma anche nel campo della politica, quella rigorosamente democristiana, popolata da furbastri ed ambiziosi quanto oscuri personaggi dai quali, inutilmente, veniva messo in guardia. Non è semplice disegnare su un foglio bianco del computer i colori, a tratti vivaci e subito dopo spenti scuri e tetri, delle emozioni e ricordi che ha fatto riaffiorare Paolo, venerdi.

La sofferenza di Frantzischinu e Tina, ben rappresentata e trasmessa nei capitoli più toccanti del libro, era anche della famiglia foranea, certo in forma leggera e quindi meno dolorosa, di quel ceppo ittirese composto dai Manconi-Orani, Fadda-Manconi-Pes, Paddeu-Manconi, Fadda-Manconi-Marongiu e altri con i quali ha saputo e voluto sempre tenere un costante e stretto rapporto.

Non è facile, dicevo, scrivere sulle esperienze vissute da Paolo Manconi.

Il libro, titolato “Io non sono nessuno”, spiega bene la storia travagliata e combattuta di questo ragazzino della “Sassari bene”, considerato - a torto – un bamboccio viziato al quale nulla manca, che ha conosciuto, pagandone in prima persona nella carne e nello spirito tutte le scelte sbagliate, il fondo estremo della vita. Un fondo che poteva avere un finale ben diverso, più tragico e doloroso. Fortunatamente così non è stato.

Ora, è bene dirlo, una persona che ha vissuto in modo così disordinato, arrecando dolori e preoccupazioni ai suoi cari, facendosi continuamente del male, infliggendosi in continuazione delle inutili, ai nostri occhi, sofferenze fisiche e che poi, grazie alla sua volontà e determinazione, grazie all' incontro con le persone che gli trasmettevano i sentimenti di amore e di rispetto per se stesso, è riuscito a risollevarsi da questo “fondo della vita” non può essere considerato un “signor nessuno”. A questa persona così coraggiosa e determinata, fermo nelle sue decisioni e convincimenti, come era suo padre del resto, non può più essergli rimproverato di “non essere nessuno”.

Paolo ha dimostrato di essere una grande persona. La sua storia, quella che ha vissuto e sta vivendo in questa sua seconda vita, sta tutta li a dimostrarlo. Questo gli fa onore e ci fa sentire davvero orgogliosi di avere quel sottile ma forte legame parentelare.

E' un' altro tassello di pura ittiresità che va ad ingentilire quell'enorme mosaico, coloratissimo e variegato, della vita socio culturale che gli ittiresi hanno composto nel campo dell'arte in tutte le sue espressioni.

 

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